In Italia siamo spesso abituati a discutere di sanità come se fosse un tema tecnico, fatto di percentuali, bilanci e organigrammi. Ma la verità è che il Servizio Sanitario Nazionale non è solo un sistema amministrativo: è un pezzo della nostra identità civile e morale. È la forma più concreta con cui la Repubblica dà corpo all’articolo 32, certo, ma anche il modo in cui un Paese decide di guardare ai suoi cittadini – a tutti, senza distinzioni – come persone portatrici di dignità.
Eppure oggi questo patto si è incrinato. Lo vediamo nelle storie quotidiane, prima ancora che nei numeri: una madre che rinvia una visita perché il costo è troppo alto; un anziano che alterna le terapie perché non può permettersi i farmaci, o peggio deve decidere se curarsi oppure mangiare; un giovane che attende mesi per una prestazione che non può pagare privatamente. Sono immagini ordinarie, ma rivelano una frattura profonda: oltre 6 milioni di italiani rinunciano a cure necessarie, e tra i più fragili questa percentuale supera il 15%. Non è un dato: è un grido di allarme. È la prova che la sanità italiana non riesce più a proteggere chi più ne ha bisogno.
Per chi, come me, crede nei valori cristiani del servizio e della cura dell’altro, tutto questo non è solo un problema gestionale: è una ferita etica. Perché la “caritas”, nel suo significato più autentico, non è generosità occasionale: è un dovere civile, un’architettura morale attraverso la quale una comunità si prende cura dei suoi membri più fragili. E il SSN, fin dal 1978, è sempre stato anche questo: un pilastro spirituale, oltre che istituzionale.
Ma allora perché siamo arrivati fin qui? I fattori sono noti e ripetuti da anni: il progressivo invecchiamento della popolazione, la crescita delle patologie croniche, l’errata programmazione del fabbisogno del personale sanitario, le diseguaglianze regionali, il sottofinanziamento strutturale, la digitalizzazione incompiuta e le liste d’attesa diventate ormai un muro invalicabile per troppi cittadini. Il risultato è un’Italia dove, a seconda della Regione in cui si vive, si è cittadini di serie A o di serie B. Ed è qualcosa che nessun Paese che si definisca civile può accettare.
Per questo il tema non può essere affrontato a colpi di slogan o con interventi superficiali.
La Destra attualmente “governa” cavalcando la propaganda; la Sinistra, troppo spesso, si è limitata ad inseguirla! Sarebbe il momento di cambiare passo.
Cosa serve per una ricostruzione vera, profonda, capace di dare al SSN non una semplice manutenzione, ma una nuova visione. Sostenere il SSN vuole dire governare la sua evoluzione e non subirla. Una visione che parta dal territorio, dagli ospedali, dai professionisti, ma ancora prima da un principio fondamentale: la salute non può dipendere dal reddito, dal luogo di nascita, dalle opportunità economiche o dalle assicurazioni integrative. La salute deve tornare ad essere un diritto pieno, concreto, eguale. Per fare questo innanzitutto bisogna lavorare a proposte credibili ed attuabili, costruite insieme ai Professionisti ed ai Territori.
Il rinnovamento passa da molte strade. Significa ripensare la rete ospedaliera non per tagliare, ma per garantire qualità e sicurezza. Significa costruire davvero una sanità territoriale che funzioni, con Case della Comunità vive, non semplici insegne. Significa ridisegnare il sistema dell’emergenza, proteggendo il lavoro prezioso e spesso silenzioso di medici, infermieri e soccorritori che reggono la notte del Paese.
Significa anche affrontare, con coraggio politico, il tema del rapporto tra pubblico e privato. Un privato che seleziona solo ciò che è redditizio e scarica il resto sul sistema pubblico genera una privatizzazione strisciante, che lascia indietro chi non ha risorse. Porre regole chiare non è ideologia: è difesa dell’interesse collettivo.
Ma, su tutto, la riforma più potente – e anche la più ignorata – è quella che riguarda le persone, i professionisti che ogni giorno tengono in piedi il sistema.
La riforma territoriale disegnata dal decreto ministeriale 77/2022 era andata nella giusta direzione, ma senza un piano straordinario per il personale e senza un modello organizzativo chiaro, il rischio di fallimento era altissimo, fin dall’inizio. Adesso, aldilà di quanto ci viene raccontato, a parte in poche regioni e su tutte in Emilia-Romagna, ne viviamo le conseguenze. Le case di comunità, centrali operative territoriali, ospedali di comunità rimangono per lo più scatole ‘vuote’, dato che il vuoto di personale rimane incolmabile: servono almeno da 20 a 27mila infermieri in più e un concreto coinvolgimento dei Medici di famiglia
Bisognerebbe innanzittutto iniziare a dare autonomia e dignità al personale sanitario non medico, a partire dagli infermieri, che in Italia sono formati, laureati, competenti, ma spesso utilizzati ben al di sotto delle loro capacità. Nei Paesi anglosassoni gli infermieri avanzati svolgono funzioni cliniche complesse, partecipano ai team di cura, alleggeriscono il carico dei Medici e rendono più accessibile la sanità ai cittadini. In Italia potremmo fare lo stesso, con beneficio immediato per tutti.
Anche per i Medici di Medicina Generale c’è necessità di fare al più presto un lavoro condiviso, in primo luogo con le organizzazioni di categoria, per trovare le soluzioni più opportune. Tenendo in primo luogo ben presente come il modello convenzionale sia figlio di un’altra epoca. Oggi serve una riforma che li riporti realmente dentro il SSN, con responsabilità chiare, lavoro in équipe e piena integrazione territoriale. Negli anni ’70 abbiamo avuto il coraggio di superare il sistema delle mutue: fu una rivoluzione culturale. Oggi la sfida è meno radicale, ma altrettanto necessaria.
Infine, c’è il tema del finanziamento, oggi si è tornati a una situazione pre-Covid. Ogni Governo può dire di aver investito di più del precedente in sanità, perché il fondo è cresciuto ogni anno. Ma in rapporto al Pil il trend è in calo. Inoltre, il gap rispetto alla spesa sanitaria nei confronti degli altri Paesi Ue è aumentato e oggi è circa di 40 miliardi di euro! La sanità italiana non potrà mai essere forte se continuerà a essere finanziata meno della media europea. Questo non è un lusso: è un investimento nella dignità della comunità nazionale.
Per tutto questo, la Politica deve tornare ad essere alta. Sottolineo nuovamente come non possa limitarsi a rincorrere propaganda o a inseguire il consenso facile. Deve saper guardare negli occhi la fragilità umana e rispondere con giustizia, non con calcoli. Deve saper dialogare seriamente con gli Ordini professionali, ascoltare le competenze, co-progettare il futuro del sistema.
Il Servizio Sanitario Nazionale non è un insieme di norme: è un modo di stare insieme. È la prova concreta che siamo una comunità che non lascia indietro nessuno. Per questo credo che la grande sfida di oggi non sia solo tecnica o economica, ma culturale e spirituale: avere il coraggio di rimettere al centro la persona e la sua dignità, perché proteggere i fragili non è un gesto di benevolenza, ma un dovere civico e cristiano.
Questa è la strada in salita. La più difficile, la meno comoda, ma anche l’unica che può salvare davvero il Servizio Sanitario Nazionale e restituire speranza alla nostra comunità.
Dr. Andrea Vecchi
Responsabile Chirurgico Programma Trapianto Rene – Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche
Presidente Associazione Trapiantati Marche (AtoMarche)
[8 febbraio 2026]




