La povertà non è distribuita in modo uniforme. Alcune caratteristiche demografiche trascinano le persone verso la povertà. Inoltre, una demografia squilibrata può accelerare la costruzione di una società affaticata e – in prospettiva – più povera. Vediamo assieme questi due aspetti.
Caratteristiche demografiche e povertà
Le famiglie in povertà assoluta faticano a mettere in tavola un pasto proteico, a scaldare la casa, ad affrontare le spese di base. La loro proporzione cambia in modo drastico al variare di quattro fondamentali caratteristiche demografiche: età, cittadinanza, luogo di residenza, composizione familiare. Vediamo qualche numero del più recente report Istat, riferito al 2024.
Le famiglie in povertà erano, nel 2024, oltre 2,2 milioni (l’8,4% delle famiglie residenti) per un totale di 5,7 milioni di persone (il 9,8% dei residenti), numeri stabili rispetto al 2023. Questa differenza fra famiglie e individui ci dice che – come vedremo meglio fra poco – al crescere della dimensione familiare, anche la povertà aumenta.
- Età
Nel 2024, il 13,8% dei minori che vivono in Italia sono poveri, quasi 1,3 milioni di bambini e ragazzi. È il valore più elevato della serie storica dal 2014. La proporzione di poveri scende all’11,7% fra i giovani di 18-34 anni, al 9,5% fra i 35-64enni, al 6,4% fra gli over 65.
Insomma, la povertà cresce al diminuire dell’età.
La povertà tra le famiglie con capofamiglia di almeno 65 anni è più contenuta (6,7%) rispetto a quelle con capofamiglia più giovane, ed è particolarmente bassa tra le coppie con capofamiglia anziano (4,4%). Fra le coppie con capofamiglia più giovane, la proporzione di poveri è cresciuta, sia pur di poco, fra 2023 e 2024.
In generale, la povertà cresce al diminuire dell’età del capofamiglia.
- Cittadinanza
Il 30,4% delle famiglie con almeno uno straniero sono in povertà, proporzione che sale al 35,2% nelle famiglie composte esclusivamente da stranieri, mentre scende al 6,2% per le famiglie composte solamente da italiani. Ritroviamo questa differenza, anche se di diversa ampiezza, in quasi tutti i paesi europei (vedi https://www.neodemos.info/2026/02/06/unaltra-guerra-fra-poveri-limpatto-dellimmigrazione-sul-rischio-di-poverta-dei-nativi-delleuropa-occidentale/). Più del 40% delle famiglie composte da soli stranieri e con almeno un minore sono in povertà, cinque volte la media nazionale.
- Luogo di residenza
L’incidenza delle famiglie in povertà è più alta nel Mezzogiorno (10,5%), seguita dal Nord-ovest (8,1%) e dal Nord-est (7,6%), mentre il Centro ha il valore più basso (6,5%).
Nel Mezzogiorno e al Nord sono le grandi città a registrare i valori più elevati di poveri, mentre al Centro l’incidenza è più elevata nei comuni più piccoli non periferici delle aree metropolitane.
- Composizione familiare e figli
La povertà cresce con la dimensione familiare: raggiunge il 21,2% tra le famiglie con cinque e più componenti e l’11,2% tra quelle con quattro, per scendere all’8,6% tra le famiglie di tre componenti. Tra le coppie con tre o più figli, quasi una su cinque è in povertà (19,4%) e anche per le famiglie definite dall’Istat “di altra tipologia”, dove spesso coabitano più nuclei familiari e/o sono presenti membri aggregati, l’incidenza è superiore alla media (15,7%); infine, è in povertà più di una famiglia su 10 tra quelle monogenitore (11,8%).
C’è da chiedersi quanto “esploderebbero” questi dati se non ci fosse l’assegno unico, che oggi garantisce almeno 200 euro al mese per ogni figlio minore alle famiglie con ISEE inferiore al valore mediano.
Squilibrio demografico e povertà
In Italia, come in gran parte dell’Europa, il welfare funziona redistribuendo tasse e contributi dei lavoratori a favore di chi non può ancora o non può più lavorare. Quindi, se i lavoratori sono pochi rispetto agli inattivi, è sempre più difficile contrastare le diverse forme di povertà. Nei prossimi anni – a meno di saldi migratori molto elevati – il rapporto statistico fra non lavoratori e lavoratori è destinato inevitabilmente a crescere, raggiungendo livelli mai visti nel recente passato.
Questo fatto – che si manifesterà un po’ in tutti i paesi ricchi, ma è particolarmente accentuato in Italia – costringe a elaborare nuove strategie, per aumentare il numero e la quota di popolazione attiva, per poter garantire politiche di welfare all’altezza.
Da questi ragionamenti scaturiscono numerosi interrogativi – qui posti solo a sommi capi – che sono sufficienti per definire un’agenda politica, non molto diversa da quella necessaria per contrastare la povertà non con provvedimenti spot, ma con misure strutturali:
- Come aumentare il numero dei lavoratori? Aumentare il numero di stranieri? Aumentare il tasso di attività delle donne over 35, agevolare il part-time degli studenti e dei pensionati? Aumentare stipendi e possibilità di carriera dei giovani per evitare che emigrino?
- Come diminuire il peso della componente inattiva? Migliorare la salute degli anziani? Agevolare il lavoro degli anziani?
- Come aumentare il numero dei bambini? Quali politiche per accelerare l’ingresso in unione, lavori buoni e stabili per i giovani, misure di conciliazione fra lavoro e cura dei figli?
Lo squilibrio demografico diventa drammatico quando si intreccia con processi di spopolamento, perché si innescano circoli viziosi difficili da interrompere: pochi bambini e poche famiglie giovani chiusura dei servizi ancor meno famiglie giovani e ancor meno bambini… Viene generata una povertà che non è tanto materiale, quanto piuttosto relazionale e di opportunità, che spinge le giovane famiglie ad andarsene.
Anche questi fatti interrogano la politica:
- Come diminuire le penalizzazioni per chi vive in aree ad accelerato spopolamento?
- Come intervenire in situazioni a “fallimento di mercato” per non chiudere attività e servizi?
- Perché in Alto Adige le giovani famiglie restano nelle terre alte?
Infine, lo squilibrio demografico genera diminuzione generale della popolazione, e oltre un certo limite la diminuzione di popolazione genera diminuzione del reddito. Non si tratta di essere “popolazionisti”, di affermare che il numero è potenza, e altre amenità che ebbero in passato immeritata fortuna. Si tratta piuttosto di garantire una vitalità demografica, che – di per sé – diventa azione di contrasto a varie forme di povertà.
Gianpiero Dalla Zuanna (Sintesi dell’intervento di Modena, 7 febbraio 2026)
[13 febbriao 2026]




