Guerra in Iran, economia mondiale sotto shock: chi vince e chi perde nel nuovo disordine globale

L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran segna uno spartiacque non solo geopolitico ma anche economico. Non si tratta di una crisi regionale, bensì di uno shock sistemico globale destinato a ridisegnare equilibri, catene del valore e priorità politiche. Come nelle crisi petrolifere degli anni Settanta, il cuore del problema è l’energia, ma in un’economia oggi molto più interconnessa, finanziarizzata e strutturalmente fragile.

Il primo canale di trasmissione è immediato: il rischio sullo Stretto di Hormuz – da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale – ha spinto il greggio oltre i 110 dollari al barile, con possibili picchi fino a 130 in caso di blocco prolungato. Da qui si innesca una dinamica ormai ben nota: aumento dei costi energetici, ritorno dell’inflazione, pressione sulle banche centrali, tassi più alti più a lungo e, infine, rallentamento della crescita. In una parola: stagflazione. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, ogni aumento di 10 dollari del petrolio sottrae fino a 0,2 punti alla crescita globale; se il prezzo resta sopra i 100 dollari per diversi mesi, la probabilità di una recessione globale supera il 60%. Non è solo una questione ciclica: è un cambiamento delle aspettative di imprese, mercati e governi.

In questo contesto, l’Europa appare ancora una volta l’area più esposta. La progressiva sostituzione del gas russo con forniture provenienti dal Golfo ha creato una nuova dipendenza che ora si rivela vulnerabile. L’aumento dei prezzi energetici si trasmette rapidamente all’industria, ai trasporti e all’agricoltura, comprimendo i margini e riducendo la competitività. La manifattura, in particolare quella tedesca e italiana, rischia un nuovo rallentamento, mentre l’inflazione importata torna a erodere il potere d’acquisto. Il rischio recessione è concreto, soprattutto in un contesto in cui gli investimenti del Next Generation EU non hanno ovunque prodotto gli effetti attesi e il quadro politico resta fragile, in un biennio di scadenze elettorali importanti. Allo stesso tempo, però, la crisi accelera dinamiche già in atto: maggiore integrazione nella difesa, spinta verso l’autonomia strategica e, soprattutto, urgenza di una transizione energetica meno dipendente da aree instabili. Il problema è che queste trasformazioni richiedono risorse e tempi che la congiuntura attuale tende a comprimere. Certo il nuovo Quadro finanziario 2028-34 attualmente in discussione manifesta in modo ancora più drammatico la sua inadeguatezza.

Gli Stati Uniti affrontano lo shock da una posizione apparentemente più solida, grazie alla relativa indipendenza energetica e al ruolo centrale del dollaro. Tuttavia, sotto questa superficie emergono fragilità crescenti. Le politiche commerciali adottate nell’ultimo anno hanno sì aumentato le entrate fiscali – oltre 260 miliardi di dollari nel 2025 – ma hanno anche trasferito quasi interamente il costo dei dazi su imprese e consumatori americani, tra il 90% e il 96%, con effetti inflattivi e regressivi. In media, l’impatto stimato è stato fino a 1.000 dollari annui per famiglia, mentre settori chiave come agricoltura e manifattura hanno sofferto per le ritorsioni commerciali. A questo si aggiunge l’effetto diretto dell’aumento dei prezzi dell’energia sui consumi interni e il vincolo per la Federal Reserve, costretta a scegliere tra stabilità dei prezzi e sostegno alla crescita. Una missione sempre più ardua.

Anche il dollaro mostra segnali di indebolimento strutturale: dopo il calo significativo del 2025, il rimbalzo legato alla crisi geopolitica appare meno solido rispetto al passato, mentre cresce la diffidenza internazionale verso gli asset statunitensi. Il rischio recessione, secondo diverse stime, si avvicina al 50%. In questo quadro, la proposta di bilancio federale per il 2027 – con un incremento del 50% della spesa militare e tagli profondi a welfare, ricerca e coesione – indica una trasformazione più profonda dell’economia americana: una progressiva riallocazione delle risorse verso la sicurezza e la competizione strategica, a scapito dell’equilibrio sociale e della crescita economica.

Nel nuovo contesto energetico globale, la Russia emerge come uno dei principali beneficiari indiretti. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas rafforza le entrate pubbliche e consente a Mosca di sostenere con minore pressione fiscale il proprio sforzo bellico. Con il Brent sopra i 90 dollari, le entrate energetiche russe crescono del 15-20% rispetto alle previsioni di inizio anno. Le sanzioni restano un vincolo importante, qualora non fossero oggetto di sospensioni temporanee per evitare il blocco energetico di trasporti e filiere economiche cruciali: la scarsità energetica restituisce al Cremlino una leva economica e geopolitica significativa, attenuando almeno nel breve periodo il suo isolamento internazionale.

Di segno opposto è la posizione della Cina. La seconda economia mondiale resta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e quindi particolarmente esposta all’aumento dei prezzi. Il rincaro del petrolio si traduce in costi più elevati per l’industria, minore competitività dell’export, pressioni sulla crescita interna e minori disponibilità ad usare le forniture di prodotti petroliferi ad altre aree del mondo come strumento di penetrazione economica e influenza politica A ciò si aggiunge il fatto che la Cina è il fulcro di molte catene globali del valore: ogni interruzione dei flussi commerciali amplifica gli effetti dello shock. Pechino dispone di strumenti per reagire – dalla diversificazione delle forniture al rafforzamento dei rapporti con Russia e Iran – ma nel breve e medio periodo il colpo è significativo, anche per le sue ambizioni di leadership globale.

L’impatto più duro si registra tuttavia nel Global South. Nei Paesi importatori di energia, soprattutto in Africa, l’aumento dei prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti si traduce rapidamente in iperinflazione alimentare, insicurezza e tensioni sociali. Nei Paesi esportatori, i benefici derivanti dall’aumento delle entrate petrolifere sono spesso temporanei e non compensano fragilità strutturali profonde. Il rischio è un aumento della povertà, del debito, dell’instabilità politica e delle disuguaglianze, con possibili ripercussioni anche sui flussi migratori verso l’Europa.

Al di là delle differenze regionali, la guerra in Iran accelera una trasformazione già in corso. Segna il passaggio da una globalizzazione fondata sull’efficienza a una economia geopolitica frammentata, in cui energia, sicurezza e potenza tornano centrali. Le catene del valore si accorciano e si regionalizzano, il ruolo dello Stato cresce e le logiche di mercato vengono sempre più subordinate a obiettivi strategici. Anche la transizione tecnologica, inclusa l’intelligenza artificiale, si scontra con un vincolo sempre più evidente: la disponibilità e il costo dell’energia.

Non si tratta quindi solo di una crisi congiunturale, ma di un passaggio storico. Il mondo che emerge è più instabile, competitivo e diviso. Un mondo in cui il prezzo dell’energia torna a essere il principale indicatore del disordine globale e in cui le decisioni politiche – escalation o de-escalation – avranno effetti diretti e profondi sull’economia reale. Una sola certezza sembra consolidarsi: l’idea di un’economia globale neutrale, regolata principalmente dall’efficienza e dall’integrazione, appartiene ormai al passato.

Luca Jahier

[Bruxelles, 7 aprile 2026]

Immagine di jcomp su Freepik

Lascia un commento:

(Compila i campi richiesti. Il tuo contributo verrà analizzato e pubblicato. L’indirizzo email, essendo riservato, non sarà visibile; il sito web non è obbligatorio)