Una giustizia da non ridurre a “bandiera”

Pubblichiamo un primo intervento sulla riforma delle giustizia e sul referendum, auspicando che possa crearsi anche su questo blog un confronto di merito sul delicato tema della riforma della giustizia, oltre gli slogan e la “politicizzazione”.
Il comitato di redazione

Il dibattito referendario sulla riforma della giustizia sta entrando nel vivo e, come spesso accade, le posizioni si stanno rapidamente polarizzando. Da una parte il centrodestra, dall’altra il centrosinistra. Il centrodestra presenta la riforma come un passaggio epocale per la giustizia italiana e chiama i cittadini al voto, chiedendo di non far mancare il proprio sostegno. Il centrosinistra, al contrario, denuncia il rischio di una deriva autoritaria, parlando di una riforma che vorrebbe imbavagliare giudici e pubblici ministeri, quasi fosse una riforma “ripicca” da parte di una destra da sempre molto critica verso una giustizia percepita come ad “orologeria” e spesso indulgente verso l’opposizione. Ma siamo davvero sicuri che questa polarizzazione faccia bene alla democrazia e, soprattutto, alle riforme strutturali che questo Paese, prima o poi, dovrà affrontare?

Una premessa è doverosa: la giustizia nel nostro Paese non funziona. Non funziona per chi ha avuto la sfortuna di doverci avere a che fare. Non funziona per i troppi episodi quotidiani di mala giustizia. Non funziona per chi è costretto ad attendere decenni per arrivare a una verità giudiziaria. Non funziona per la continua spettacolarizzazione di vicende che coinvolgono persone politicamente esposte e che, nella maggior parte dei casi, si risolvono in un nulla di fatto, ma che nel frattempo hanno distrutto in modo irreparabile vite personali e carriere professionali.

Recentemente ho avuto modo di leggere il libro di Simone Uggetti, e un passaggio in particolare mi ha colpito. Dal 2018 al 2023 sono state risarcite dallo Stato 4.368 persone ingiustamente arrestate, per una somma complessiva pari a 193.547.821 euro. Si tratta di dati ufficiali, contenuti nella Relazione al Parlamento 2023 sulle misure cautelari personali e sulla riparazione per ingiusta detenzione. Numeri che raccontano una sofferenza reale, un costo umano ed economico enorme, e che pongono una domanda inevitabile: il sistema, così com’è, funziona davvero? La riforma proposta, però, andrà a sanare queste criticità?

La risposta, purtroppo, è no. La riforma interviene prevalentemente sull’organizzazione interna della magistratura, ma non affronta in modo strutturale né le sue inefficienze, né i tempi della giustizia, né il rapporto con i cittadini. Eppure, nonostante questi limiti evidenti, molti elettori del centrosinistra – e anche molti iscritti ai partiti del centrosinistra – guardano con favore alla riforma, considerandola comunque un passaggio necessario per provare a rimettere ordine in un sistema che da troppo tempo appare inefficiente.

Entrando nel merito dei quesiti, partiamo dalla separazione delle carriere. Perché esserne così drasticamente contrari? I dati dicono che, negli ultimi anni, solo lo 0,83% dei pubblici ministeri è passato alla funzione di giudice e appena lo 0,21% dei giudici a quella requirente. In termini assoluti, parliamo di 20–25 magistrati all’anno su circa 10.000. Numeri oggettivamente irrisori. Viene allora da chiedersi per quale motivo i promotori del “NO” descrivano questa misura come un tentativo di mettere la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo, quando è evidente che un simile obiettivo richiederebbe una modifica costituzionale, a partire dall’articolo 104 della Costituzione italiana, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Altro tema centrale è quello dell’elezione dei membri del CSM tramite sorteggio. Anche qui, il dibattito assume spesso toni scomposti e talvolta paradossali, con esempi del tipo: “scegliereste un chirurgo a sorteggio?”. Il punto, però, è un altro. Oggi la magistratura è di fatto politicizzata: le correnti che ne orientano la vita interna e le nomine al CSM ricalcano, nei rapporti di forza e nelle appartenenze, l’arco politico-istituzionale del Paese. In questo contesto, il sorteggio non significherebbe affidarsi al caso, ma selezionare tra magistrati altamente qualificati, riducendo il peso delle appartenenze correntizie e restituendo credibilità all’autogoverno.

C’è poi il nodo della valutazione dei magistrati, che oggi è quasi esclusivamente interna. Dal 2010 al 2024 sono state avviate 815 cause di responsabilità civile nei confronti della magistratura; 311 sono arrivate a sentenza definitiva e solo 12 si sono concluse con una condanna. Come si conciliano questi numeri con quelli, drammatici, delle persone ingiustamente arrestate e poi dichiarate innocenti? C’è chi sostiene che aprire le valutazioni a componenti esterne rappresenterebbe un costo aggiuntivo per le casse pubbliche. Ma è un costo che va sostenuto. Perché la valutazione non riguarda – e non riguarderà mai – il merito delle sentenze, bensì aspetti di comportamento, impegno, equilibrio e laboriosità. Ed è sotto gli occhi di tutti come, in alcuni casi, questi requisiti siano stati clamorosamente disattesi.

Infine, la legge Severino. Oggi l’incandidabilità e la decadenza scattano anche in assenza di una sentenza definitiva. Ma uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento è che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. La Severino, invece, anticipa gli effetti politici della condanna prima che la colpevolezza sia accertata in via definitiva. Cambiarla – o superarne l’automatismo – non è un dettaglio tecnico, ma una questione di coerenza costituzionale e di rispetto della rappresentanza democratica.

Se dovessimo valutare la riforma in modo realmente indipendente, libero da condizionamenti politici e alla luce delle premesse doverose fin qui richiamate, viene naturale chiedersi perché assumere una posizione così rigidamente schierata sul “NO”. Anche perché è prevedibile che la comunicazione e la propaganda diventeranno estremamente aggressive. Molti telegiornali hanno già iniziato a inserire stabilmente nei propri palinsesti notizie relative a casi eclatanti di mala giustizia, vicende talvolta davvero paradossali, utilizzate per spingere i cittadini a recarsi alle urne con l’idea di “cambiare” la giustizia e, di fatto, conferire alla Presidente del Consiglio un mandato politico per una riforma più ampia del sistema.

In questo scenario, schierarsi preventivamente contro la riforma non è sbagliato solo nel “merito” ma anche nel “metodo”. Rischia di produrre l’ennesima frattura tra il Paese e il centrosinistra, finendo per incoronare la Premier come depositaria di un consenso plebiscitario e consegnandole, di fatto, un mandato in bianco per procedere poi con la vera riforma della giustizia.

Ma proprio questa consapevolezza dovrebbe indurre a una riflessione più profonda. Perché, se è vero che questa riforma non risolve i problemi strutturali della giustizia italiana, è altrettanto vero che l’alternativa non può essere una contrapposizione frontale, identitaria e difensiva. La giustizia è un tema troppo importante per essere ridotto a una bandiera, qualunque essa sia.

La domanda, allora, non è se questa riforma sia “la” riforma giusta, ma se la politica italiana sia ancora capace di costruire una convergenza larga, responsabile e credibile su una riforma della giustizia che è ormai necessaria e non più rinviabile. Senza questa capacità di sintesi, ogni referendum rischia di diventare solo un passaggio tattico, utile a misurare rapporti di forza, ma insufficiente a restituire ai cittadini un sistema più equo, efficiente e giusto.

Davide Lazzari

[30 dicembre 2025]

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