Simone Weil e la guerra: “non c’è altra forza che la forza”

Abstract: la forza, nel pensiero di Simone Weil non è solo volontà di potere ed esercizio del dominio, ma una logica impersonale e disumanizzante che trasforma l’umanità in cose, pedine, oggetti. La massima espressione della forza si manifesta nella guerra; la forza annienta non solo attraverso la violenza ma anche attraverso lo sradicamento, che assume la forma di una totale alienazione dell’uomo. Tuttavia, la forza trova un limite nella sua stessa natura, che porta chi la destreggia ad esserne vittima. Per il cristiano, l’accettazione della funzione oggettiva e necessaria della forza vuol dire affrontare, senza fughe, la sventura della guerra, e perciò, abitare il conflitto nella tensione tra la logica dell’amore, che conserva il senso di umanità, scintilla del divino, e la logica della forza che rende chi la esercita, come chi la subisce, materia inerme e priva di anima.

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La guerra costituisce uno dei temi stabili del pensiero analitico weiliano.

Siamo all’interno della fenomenologia del potere già delineata nell’opera Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, laddove il potere è descritto quale vettore tendente sempre a superarsi, ad essere più grande ed esteso, onnipotente nelle aspirazioni.

Per Simone Weil al centro del potere sta la forza, che tuttavia, si muove lungo i bordi di una contraddizione: la forza, che annienta l’avversario, non è senza limiti, si ritorce contro colui che ne abusa fino a schiacciarlo.

Nello studio su L’Iliade o il poema della forza il richiamo ai Greci è paradigmatico: “gli uditori dell’Iliade sapevano che la sorte di Ettore avrebbe dato breve gioia ad Achille, e la morte di Achille breve gioia ai troiani, e la caduta di Troia breve gioia agli Achei. Così la violenza stritola quelli che tocca”. La forza, in sintesi, è autodistruttiva; chi pensava di governarla, si ritroverà in balìa di essa, perché, “non c’è altra forza che la forza”, chi vince e uccide non può che candidarsi allo stesso destino dello sconfitto.

Guardiamo questi nostri giorni, accostandoci all’orlo dell’abisso: azioni militari decise in poche ore, il diritto internazionale sistematicamente violato, il linguaggio della politica deliberatamente offensivo e urlato, perché l’insulto chiude il discorso, non ammette confronto, è massima espressione del potere che schiaccia l’altro.

La forza illude, viene vista dal potere come una scorciatoia necessaria, come se il suo uso ad libitum potesse diventare regola senza conseguenze; addirittura, nelle Riflessioni sull’origine dell’hitlerismo, la forza è definita come il principio cardine della cultura occidentale, che sin dall’Impero Romano permea le strutture di potere, di cui il prestigio è la forma esteriore.

Traducendo in storia il pensiero, l’Impero è l’abito della forza crudele, che si veste di prestigio per incutere timore anche attraverso i simboli (l’aquila della bandiera americana, le definizioni “cesarofoniche” di kzar in russo e di kaiser in tedesco per indicare il capo supremo dell’impero).

Tuttavia, si è premesso, nell’antropologia weiliana la forza ha un limite, appartenendo al regno della materia, tende ad esaurirsi, a dissolversi, a far regredire l’offensore. La storia ci offre casi sintomatici al riguardo: ad esempio, cosa condusse i tedeschi ad arrestarsi dal distruggere l’esercito inglese a Dunkerque, o fermò Attila dal devastare Roma, o persuase Gengis Khan a fermare l’Armata alle porte di Vienna, o Annibale ad oziare a Capua?

C’è qualcosa che possa spiegare questi fatti al di là del “miracolo”, o delle insufficienti ragioni dell’errore strategico, della trattativa diplomatica, della scarsezza dei viveri, della stanchezza dell’esercito e del suo comandante? Il miracolo dimostra troppo, la ragione troppo poco.

In tutti i casi citati sarebbe stato sufficiente per gli aggressori seguire l’abbrivio della forza per arrivare al successo completo, al ko definitivo, sarebbe bastato, per così dire, “spingere la palla in rete”, ma ciò non è accaduto.

Cruciale è la tensione tra forza e superbia: un uso moderato della forza sarebbe auspicabile, ma la ὕβρις, il miraggio tracotante del potere assoluto, è l’errore fatale, del re e del politico, in quanto, conclude Weil, “è proprio la tentazione dell’eccesso ad essere irresistibile”.

La modernità di tale concezione è sorprendente se applicata alle cronache belliche quotidiane, vieppiù avvalorata dalla considerazione per la quale l’uso smodato della forza corrompe anche chi subisce l’aggressione (vedi l’Iran rispetto ai paesi del Golfo), essendo, come detto dalla filosofa francese, il travalicamento del limite sorretto da una “indifferenza contagiosa al punto da comunicarsi a coloro che ne sono oggetto”.

Gli Stati Uniti e la Russia mostrano un deficit di strategia nei conflitti innescati, lo Stato di Israele ha travalicato l’uso della forza, facendo odiare l’ebreo errante nel mondo. Né Ucraina, né Iran sembrano immuni dal grande caos. Le battaglie sfuggono sempre più dall’essere il frutto di decisioni razionali, calcoli e combinazioni, risultando, è ancora Weil che parla, “cieche forze che non sono che impeto”.

La guerra non porta stabilizzazione.

Ecco il segreto della guerra. L’esito non porta alcun nuovo ordine, ma solo una situazione di caos permanente (Iraq, Afghanistan, Siria) o una realtà di autoimplosione generativa di irrilevanza politica (l’Europa dopo il secondo conflitto mondiale), tuttalpiù di equilibrio del terrore (gli accordi di Yalta).

Ciò non vuole dire predicare il pacifismo politico, il disarmo unilaterale, la resa incondizionata. Anche con riferimento alla non-violenza il principio non va assolutizzato; la stessa Weil rileva, nei Cahiers I, che “La non-violenza è buona solo se efficace. In questi termini si pone la questione rivolta dal giovane a proposito di sua sorella. La risposta dovrebbe essere: usa la violenza, a meno che tu non sia in grado di difenderla con altrettanta probabilità di successo senza violenza”. In pratica, una postura nei rapporti di ricerca di strumenti di pace, attraverso ad esempio il dialogo e la diplomazia, non esclude il ricorso alla forza materiale, non già come scelta, ma come necessità oggettiva, άνάγκη quale battaglia decisa dal destino, altrimenti inevitabile.

La riflessione esistenziale, per il cristiano impegnato in politica, apre ovviamente alla dimensione della fede, ovvero alla comprensione di una metafisica, che si svolge all’interno della teodicea tracciata dalla pensatrice. Ne L’attesa di Dio, il quadro è esposto nella sua essenzialità. In primis, la presenza della sventura “che imprime il suo proprio marchio, quello della schiavitù”, che “ha costretto il Cristo a supplicare di essere risparmiato…,a credersi abbandonato dal Padre suo”.

La guerra uccide il giusto e l’innocente, eppure anche il cristiano sa che deve affrontare la tragedia non voluta del conflitto, ancorché “Il male abita nell’anima del criminale senza essere percepito. Lo è invece nell’anima dell’innocente sventurato”, il quale deve affrontare il calvario, vivere la croce della sventura della guerra, fidando che “un giorno Dio le si mostrerà e le svelerà la bellezza del mondo come accadde a Giobbe”.

Più precisamente, la Weil afferma in Oppressione libertà, che già accettare la contraddizione, etica ed esistenziale, comporta fatica e sofferenza spirituale, ma porta in alto lo sguardo dell’uomo, “la contraddizione – e Platone lo sapeva bene – è l’unico strumento del pensiero che si innalza”.

Ed il discorso vale, altresì, per chi, credente, opera, sotto il cielo del conflitto, all’interno delle istituzioni nel solco dell’intercalare tra diplomazia e “materia militare”, sentendo la responsabilità di un peso immanente quanto ineluttabile, che indurisce e dispera, laddove, come l’ultima opera citata della Weil ci ricorda, “in un’epoca come la nostra, in cui la sventura pende sopra la testa di tutti, il soccorso prestato alle anime è efficace soltanto se si spinge fino a prepararle realmente alla sventura”.

Né ciò può costituire motivo di orgoglio, di idolatria di sé e della guerra, anzi, come affermato ne La prima radice, “La virtù cristiana ha come centro, come essenza, come suo sapore specifico l’umiltà, il moto verso il basso liberamente consentito”.

Il combattimento allora diviene al contempo esterno e interno, è, in altri termini, il sapere di dovere combattere la battaglia contro lo sradicamento dalla propria anima del senso di umanità, il segno divino del nostro essere in questo passaggio terreno.

In questa “azione agìta” si potrà dunque entrare nella condizione di massima realizzazione della giustizia, ossia ripetere, pur nel doloroso rispetto dell’imperio della forza, l’atto divino della creazione: la rinuncia all’ebbrezza della propria potenza, l’accoglienza integrale e salvifica della kenosi: l’uscita dall’inganno della forza farà così di necessità del giusto un alter Christus.

Fabrizio Urbani Neri

[30 marzo 2026]

Immagine di nikitabuida su Freepik

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