La scelta del Partito Democratico del volto di Tina Anselmi per la tessera del 2026 è un segnale potente. È una scelta giusta, doverosa. Mettere in tasca l’immagine della “partigiana Gabriella”, della prima donna Ministro della Repubblica, della presidente della Commissione P2, significa riconnettersi con le radici più nobili della nostra storia repubblicana.
Tuttavia, in politica i simboli sono lame a doppio taglio: se non sono sostenuti dalla sostanza, rischiano di trasformarsi in retorica, o peggio, in un’operazione che maschera le incertezze del presente. Scegliere Tina Anselmi non può essere solo un omaggio alla memoria. Deve essere un atto di impegno che impone una correzione di rotta. Se il PD decide di farsi rappresentare da questa grandissima protagonista della democrazia italiana, deve avere il coraggio di praticare le coerenze che quella scelta impone, abbandonando certe ambiguità.
Ecco le quattro coerenze fondamentali.
La coerenza del pluralismo: riscoprire l’anima popolare. Tina Anselmi era una cattolica democratica, formata nell’Azione Cattolica e nella DC. Sceglierla per il 2026 impone al PD di smetterla di appiattirsi su una singola narrazione culturale, spesso radicale e massimalista. Questa tessera ci ricorda che il PD è nato per essere la casa delle grandi culture politiche italiane, inclusa quella del popolarismo cattolico e sociale. Se ci riconosciamo nel volto di Tina Anselmi, dobbiamo avere la coerenza di riaprire il partito al pluralismo vero, uscendo dalle zone di comfort ideologiche e tornando a parlare a quei ceti produttivi e popolari che vedevano in figure come la Anselmi un punto di riferimento affidabile, non estremista. Senza questa apporto culturale, il PD resta monco.
La coerenza del riformismo: dalla protesta alla proposta. Anselmi è la madre del Servizio Sanitario Nazionale. Ma attenzione: lei non si limitò a scendere in piazza per il diritto alla salute. Lei, da Ministro, nel 1978 scrisse la legge, trovò le coperture, costruì l’architettura istituzionale. Questa è la lezione di riformismo pragmatico che il PD di oggi deve recuperare. Sulla sanità pubblica, oggi sotto attacco, la coerenza impone di uscire dalla sola logica della denuncia (“mancano i fondi”) per tornare ad avere una piena cultura di governo. Non basta difendere l’esistente con gli slogan; serve la capacità visionaria e tecnica di riformare il sistema per salvarlo, proprio come fece lei. Meno piazze urlate, più riformismo pragmatico da riversare nella competenza legislativa: questo chiederebbe Tina Anselmi.
La coerenza istituzionale: curare la democrazia, non inseguire i populismi. Quando Tina Anselmi sfidò la P2 e il “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli, lo fece per impedire che le istituzioni venissero svuotate e bypassate da poteri opachi. Difese la centralità del Parlamento e dei partiti come presidi di libertà. Oggi il nemico non è solo l’eversione occulta, ma il degrado visibile della democrazia stessa: l’astensionismo dilagante, la disaffezione, l’idea che il voto sia inutile. Avere Anselmi sulla tessera impone al PD una coerenza sulle strategie e sulle alleanze. Non possiamo onorare una donna che ha speso la vita per nobilitare le istituzioni e poi, per calcolo elettorale, inseguire alleati populisti che quelle istituzioni le hanno picconate per anni con la retorica dell’antipolitica o dell’uno vale uno. La coerenza che ci chiede Anselmi è quella di smettere di essere subalterni. Il PD deve tornare a essere il partito che cura la democrazia, che non asseconda derive demagogiche. Dobbiamo recuperare la fiducia di quell’elettorato che non va più a votare perché orfano di una politica seria, competente e sobria. La “questione morale” oggi sta tutta qui: avere il coraggio di dire che la democrazia rappresentativa è sotto attacco e che si vince convincendo gli sfiduciati con la forza delle idee, non imitando chi urla più forte.
La coerenza sociale: diritti concreti, non bandiere. Anselmi fu Ministro del Lavoro e firmataria della legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne. Ma la sua non era una battaglia di facciata; era sostanza economica e sociale. La coerenza che ci chiede oggi è quella di un PD che deve tornare a occuparsi dei diritti sociali con la stessa passione con cui si occupa dei diritti civili. Onorare la sua figura significa lottare per salari degni, contro il precariato che colpisce soprattutto le giovani donne e per un welfare che permetta una vera conciliazione di vita. Serve un riformismo che incida sulla carne viva della società, evitando che il partito venga percepito come un club per pochi, distante dai bisogni materiali delle persone comuni.
Ben venga, dunque, il volto di Tina Anselmi sulla nostra tessera. Ma che sia chiaro a tutti noi, dalla dirigenza all’ultimo dei militanti: quella foto ci guarda e ci giudica. Non è un santino da tenere nel portafoglio per sentirci la coscienza a posto. È una bussola. Ci ricorda che si può e si deve essere radicali nei valori ma riformisti nel metodo. Ci ricorda che senza l’anima popolare e istituzionale non andiamo da nessuna parte. Se questa scelta ci aiuterà a correggere la rotta, a smettere di rincorrere il populismo e a tornare a governare i processi complessi della modernità, allora avremo fatto un buon servizio alla sua memoria. Altrimenti, avremo solo stampato una bella foto su un partito che rischia di smarrire la strada.
Paolo Negro
[2 gennaio 2026]





1 commenti On Non un santino, ma una bussola per ritrovare la rotta
Articolo veramente ben scritto, equilibrato, che porta all’attenzione temi fondamentali.
La frase, che con permesso faccio mia:
“si può e si deve essere radicali nei valori ma riformisti nel metodo“
Dovrebbe essere appesa al muro in ogni circolo PD.