Nel dibattito sul referendum per la giustizia, mi sembra assente un inquadramento del campo di forze in gioco. Se non lo si fa si finisce per analizzare soltanto il dettato normativo o quella che dovrebbe essere la funzione del Pubblico Ministero , restando in questo modo astratti.
Sono due le polarità in campo.
A) Da un lato, l’onda lunga di un patto scellerato costruito tra procure e stampa a partire dalla vicenda di Mani pulite. Da lì in poi, è sufficiente un avviso di garanzia per distruggere le persone (non solo i politici) sul piano della credibilità (dunque della carriera professionale o politica) e sul piano del reddito (perché nessuno rifonde chi si è dovuto difendere da accuse ingiuste). Dunque non si possono difendere le procure prescindendo da questa situazione vergognosa, che persiste da un trentennio. Bisognerebbe distinguere e dire “siamo per il no, ma”, aggiungendo che sarebbe urgente, ad esempio, una riforma che garantisca che l’avviso di garanzia resti segreto, imponendo alle procure l’onere della prova della non colpevolezza sull’uscita delle notizie. Attualmente i ricorsi contro la diffusione delle notizie vengono gestiti dalla stessa procura che viene accusata di averle fatte uscire, creando una mostruosità che non esiste in nessun altro ordinamento – organizzazioni private incluse -, mentre qui siamo nel campo di un apparato cruciale finanziato con soldi pubblici, che deve tutelare l’imparzialità dello Stato. Purtroppo, nessun fautore del NO mostra consapevolezza dei danni prodotti da questa situazione, come se il centrosinistra si fosse adeguato all’idea che la politica si può fare solo a colpi di inchieste giudiziarie. Così come è folle che non ci sia un controllo disciplinare di merito sulle percentuali di inchieste finite nel nulla, con costi enormi per lo Stato e per i malcapitati inquisiti. Ogni volta che si sollevano problemi di questo tipo si alza il coro di chi ritiene che porreproblemi di merito (che sono assolutamente propri di una società democratica) significhi mettere la mordacchia alla libertà di inchiesta giudiziaria.
B) Dall’altro lato, abbiamo un progetto di orbanizzazione in corso da parte di un partito che fatica a dismettere i panni del fascismo; Giorgia Meloni si muove in modo felpato, cercando di rassicurare, ma punta a quell’obiettivo. E il referendum sta dentro a questo piano. Non possiamo dire sì a questa legge prescindendo da questo quadro. Sappiamo tutti che il referendum diventerà un test per questo progetto inquietante, che ora ha il vento in poppa su scala planetaria. Purtroppo, nessun fautore del SI’ da posizioni di centro-sinistra evidenzia questo quadro complessivo.
Dunque servirebbero dei “NO però” e dei “SI’ però“, provando a svelare il contesto senza perdersi in discettazioni giuridiche che la gente non capisce.
Se il SI’ gode di un vantaggio molto più ampio rispetto alle preferenze che vantano i partiti di governo, il motivo è che ci sono molte persone scottate dal patto scellerato di cui sopra. Tacerlo è colpevole.
Allo stesso tempo, questa riforma non è esente da limiti: un’Alta corte disciplinare contro la quale non è possibile proporre ricorsi è abbastanza strana. Un sistema di sorteggi che metterebbe nel Consiglio Superiore della Magistratura dei giudici di provincia, che finirebbero per diventare immediatamente oggetto di contatti da parte della massoneria per creare nuove conventicole (ricordo che anche la magistratura non è esente dal peccato originale…), non mi persuade.
Quello che credo ci competa, come Comunità Democratica, è recuperare lo spazio della politica, mettendo in gioco questo tipo di distinzioni per aiutare la gente a pensare e a creare campi di forze abitati da sfumature differenti.
Gino Mazzoli
[5 gennaio 2026]




