Il possibile compito del cattolicesimo democratico

L’attuale tempo è segnato da radicali contrapposizioni e da ciniche rivendicazioni, da egoismi identitari e da miopi visioni. Alle potenti narrazioni ideologiche di un tempo, sono subentrate le odierne mediocri semplificazioni che nulla sanno del nostro tempo.

Il nostro può essere definito tempo dei conflitti, della differenziazione sociale e della complessità. Secondo il paradigma della complessità, la vita si presenta come un sistema aperto e dinamico, dove tutto si struttura e si ordina costantemente, espressione di un campo di relazioni, dove ogni elemento è legato all’altro che influenza e a sua volta ne è influenzato, qui non esiste un fuori contesto.

La vita è forza che continuamente si espande, che continuamente risorge e continuamente si ri-crea, questo ci dice che nulla è certo, nulla è prevedibile, l’organismo si comporta come un gioco in cui le regole cambiano via via che il gioco si sviluppa. In questo contesto nulla può essere governato singolarmente ma deve essere compreso e ricondotto all’interno di una logica che preveda il legame e l’interconnessione dei vari elementi.

Il pensiero della complessità ci fa capire che non tutto può essere orientato, che il reale non può essere compreso secondo una logica lineare, questa situazione dà vita continuamente a inediti passaggi, perchè ad ogni passaggio tutto si ri-lega in modo nuovo. Il livello superiore si interseca con il livello inferiore, il locale con il globale, non esistono elementi singoli, da questo punto di vista il sovranismo è privo di senso logico.

La vita come organismo non si presenta come un processo lineare, il rapporto che lega le cause agli effetti è saltato, tutto si svolge in modo imprevedibile e pieno di contraddizioni. Per leggere la complessità, di cui noi facciamo parte, bisogna adottare un modello di razionalità aperto, tradotto sul piano della conoscenza, vuol dire, adottare un modello di sapere trans-disciplinare.

La complessità è l’orizzonte culturale e multidisciplinare del nostro tempo, visione che lega e mette in connessione vari campi di ricerca, movimento che investe la nostra fede, le incalza a superare le antiche narrazioni legate a filosofie che avevano una concezione ordinata del mondo.

Il nostro tempo sancisce il tramonto delle ideologie, la politica non sa più leggere la storia, non sa costruire una narrazione che sappia indicare un orizzonte di senso.

I cattolici democratici devono sapere esprimere un nuovo modo di fare politica, questo implica un diverso modo di stare e concepire la politica, questo è possibile solo attraverso l’adozione di categorie interpretative nuove e che non perdano mai di vista l’umano, solo così la politica potrà essere generatrice di nuovi processi e determinare nuovi percorsi. In questo orizzonte la politica, come affermava P. Scoppola, è la passione per l’impossibile, affascinante cammino che esprime la tensione del credente, preso tra”il già e non ancora”. Condizione inquieta che vive nella storia, che ne rifiuta la sacralizzazione, ma non rinuncia a cercare orizzonti di senso, egli diviene nel mondo “un mendicante del cielo”.

Se la politica è strumento per governare i conflitti, è fondamentale partire da una politica che sappia ripensare se stessa, che abbia il coraggio di abbandonare le categorie interpretative con le quali legge le dinamiche differenzianti del reale. Una politica, dunque, che sappia connettersi ed immergersi nel movimento delle cose della vita, che sappia cogliere le interdipendenze dei vari elementi che concorrono a formare il sistema socio-culturale.

I cattolici democratici di fronte ai conflitti non devono ripiegare su posizioni nostalgiche, rispolverando antiche figure geometriche che sanno di passato. Accettare la sfida della complessità, per i cattolici democratici significa porre la politica al centro, non imponendo valori, ma ascoltando e dialogando. Mettere al centro la persona non come un concetto astratto ma come essere-per-altri, immersa dentro legami sociali che vive nella comunità.

Il credente, vivendo nella storia, è chiamato a trascendersi, a superare gli egoismi e i preconcetti che restringono il campo ai soli propri interessi, impedendo alla politica di operare con uno sguardo largo, secondo la prospettiva di A. Moro.

Allora la complessità è certamente una sfida al nostro modo di pensare e in generale alla nostra cultura, questo implica ri-pensare la nostra identità che non può essere concepita in modo rigido e monolitico ma deve avere il coraggio di aprirsi all’altro senza timore, la logica dell’incarnazione ci libera da tutte le false certezze e dei nostri preconcetti, per aprirci al mondo nella libertà.

Allora la complessità si trasforma in una opportunità, diventa il luogo nuovo per vivere la fede, modalità questa che è frutto di una scelta personale ma che sempre implica una dimensione comunitaria.

Il cattolico democratico si muove dentro un’identità che è chiamata a rigenerarsi, non per compiacere la moda del momento, o cedere ad un pensiero buonista che annulla tutte le differenze dentro un pensiero unico, ma è nella verità stessa dell’incarnazione vivere la storia del nostro tempo.

La tradizione non è un museo da visitare, ma il luogo storico dove la verità accade, interpella e chiama ad una relazione feconda. La verità non è un oggetto da possedere o da ostentare, ma un evento situato storicamente che ci interpella e ci chiama ad una relazione personale che si realizza con gli altri.

Riconoscersi in una tradizione significa entrare dentro una dinamica storica, dove si fa esperienza di un incontro che cambia il nostro modo di pensare e di abitare la vita. Essere testimoni di una tradizione significa tradurla nel tempo nel quale si vive, questo comporta che la verità che accompagna le nostre vite va mediata ed incarnata. La complessità de-costruisce le immagini che ci costruiamo, le identità come fisse ed immobili, dimenticando che esse sono immerse nel processo della storia e che qui devono essere interprete e incarnate, solo così possono continuare a parlarci.

L’incarnazione non richiama solo un fatto storico ma rappresenta la modalità stessa per il credente di vivere la fede, evento che si lega e feconda l’agire politico. La mediazione si configura come lo strumento che traduce per noi l’evento dell’incarnazione nel tempo che ci è toccato vivere. La mediazione si delinea come la risposta attraverso la quale il credente governa la complessità del tempo in è chiamato a vivere. La politica è per natura mediazione, pratica che coltiva l’incontro dei discorsi, integra le diverse voci che costruiscono la comunità. Regola ed ordina le differenze dentro una logica costruttiva, riconoscendo il conflitto presente per governalo, luogo dove si relazionano le diverse voci, non per cancellarle o silenziarle, ma per conservarle ad un livello più alto. La mediazione non cancella ma valorizza le differenze, le mette in circolo, produce l’unità, la mediazione permette alla democrazia di essere e di metterla in opera come comunità che accoglie.

Per i cattolici democratici, vivere la fede non è cercare sicurezza, non è trovare riparo all’interno di una tradizione, la fede è adesione a Cristo, evento che si è fatto visibile e che si è tradotto in una fatto reale che ha segnato la storia. I cattolici democratici vivono l’impegno politico come risposta alle sfide che la storia ci mette davanti, in politica questo si chiama dire sì. La politica è l’affascinante cammino che prende sul serio l’evento dell’incarnazione, la storia ci dice che è adesso il momento.

Sandro De Bonis

[12 gennaio 2026]

Immagine di jcomp su Freepik

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