Legge di bilancio 2026: un piccolo passo verso le famiglie con figli

Cosa c’è e cosa non c’è per le famiglie con figli nella nuova legge di bilancio per il 2026? Al di là degli slogan e dei giudizi espressi dai partiti e dai portatori di interesse, ripercorriamo le principali misure, assumendo anche una prospettiva di medio periodo, e ragionando su possibili ulteriori interventi futuri.

Le modifiche dell’ISEE

La misura più importante è certamente la modifica dell’ISEE, da tempo richiesta a gran voce dalle associazioni familiari, che lo più favorevole per le famiglie proprietarie di case più grandi. Il valore dell’abitazione principale escluso dal calcolo dell’ISEE passa da 52.500 a 91.500 euro e sale fino a 120.000 euro per i nuclei residenti nei Comuni capoluogo delle città metropolitane, tra cui Roma, Milano, Torino, Napoli, Firenze e Bologna. La franchigia riguarda esclusivamente l’abitazione di proprietà in cui il nucleo risiede. A tale importo si aggiunge inoltre una maggiorazione di 2.500 euro per ogni figlio convivente successivo al primo, e rispetto alla disciplina precedente, l’incremento scatta ora dal secondo figlio, e non più dal terzo.

Nella stessa direzione va la modifica della scala d’equivalenza per determinare l’ISEE: vengono aumentate le maggiorazioni per i nuclei con figli (0,10 con due figli, 0,25 con tre figli, 0,40 con quattro figli, 0,55 con cinque o più figli). Rispetto al passato, viene introdotta per la prima volta una maggiorazione per i nuclei con due figli, mentre tutte le altre aumentano di 0,05 punti, con effetti positivi sull’accesso a bonus e agevolazioni.

È importante sottolineare che queste modifiche dell’ISEE non sono generalizzate, ma sussistono solo per regolamentare l’accesso e gli importi erogati per quattro misure di welfare: l’assegno di inclusione e il supporto per la formazione e il lavoro, che dal 2023 hanno sostituito il reddito di cittadinanza; l’assegno unico e universale per i figli a carico; il bonus nido; il bonus nuovi nati. Il Governo ha quindi istituito una specie di ISEE-bis, che avvantaggerà le famiglie più numerose e quelle che vivono in case più grandi, senza però penalizzare chi vive in affitto. Infatti, le quattro misure prima citate non configurano graduatorie di accesso in presenza di risorse limitate. Se l’ISEE fosse stato modificato in modo generalizzato, le famiglie in affitto sarebbero state scavalcate dalle famiglie proprietarie della casa di abitazione nelle graduatorie di accesso a molte misure di welfare (a parità di numero di figli), ad esempio per accedere alle scuole per l’infanzia pubbliche o alle case popolari.

Per ridurre la confusione – inevitabile temo in una prima fase di applicazione della nuova norma – è fondamentale che le famiglie siano accompagnate nella redazione dell’ISEE bis e nella sua applicazione pratica, sia mediante gli opportuni strumenti informatici, sia grazie all’assistenza fornita dall’INPS, dai CAF e dalle associazioni familiari.

La conferma di tre bonus

Vengono confermate e in parte irrobustite tre misure già presenti nella legge di bilancio 2025: il bonus nascita/adozione, il bonus nido e il bonus mamme lavoratrici.

Come nel 2025, il bonus nascita/adozione erogherà 1.000 euro una tantum all’arrivo di un bimbo ai nuclei con ISEE bis (descritto nel precedente paragrafo) inferiore a 40.000 euro,

Il bonus nido – introdotto nel 2016 dal governo Renzi – nel 2026 non riguarderà più solo gli asili nido tradizionali ma anche micro nidi, sezioni primavera e servizi integrativi abilitati come spazi gioco e i servizi educativi domiciliari. Gli importi rimangono consistenti, e restano modulati in base all’ISEE bis: fino a 3.000 euro per ISEE bis fino a 25.000 euro, 2.500 euro per ISEE bis fino a 40.000 euro e 1.500 euro oltre questa soglia o in assenza di dichiarazione.

Il bonus mamme lavoratrici erogherà 60 euro al mese (nel 2025 erano 40), esentasse, per le donne con almeno due figli (il più piccolo sotto i 10 anni), o almeno tre figli (il più piccolo sotto i 18 anni), con lavoro dipendente o autonomo, escludendo le lavoratrici domestiche, con reddito annuo da lavoro inferiore a 40.000 euro. Quest’ultima misura poteva essere meglio modulata e resa più agile se integrata con la legge sull’assegno unico, che già prevede incentivi per le donne lavoratrici, rendendola permanente.

Alcune modifiche favorevoli a una ristretta platea di genitori che lavorano

La manovra introduce o rafforza una serie di misure che incidono direttamente sull’organizzazione del lavoro. È previsto ad esempio un esonero parziale dei contributi per i datori di lavoro privati che assumono donne madri di almeno tre figli minorenni disoccupate da almeno sei mesi. Un incentivo pensato per favorire il rientro nel mercato del lavoro di una delle categorie più fragili sul fronte occupazionale. Va detto tuttavia che la platea sarà veramente ristretta, perché le madri con tre figli minori disoccupate da almeno sei mesi e interessate a lavorare subito sono assai poche.

C’è poi un capitolo dedicato alla flessibilità contrattuale. Le lavoratrici e i lavoratori con almeno tre figli conviventi ottengono una corsia preferenziale nella trasformazione del contratto da tempo pieno a part time, sia orizzontale sia verticale, oppure nella rimodulazione dell’orario se già occupati a tempo parziale. La priorità vale fino a dieci anni di età del figlio più piccolo, senza limiti di età con figli disabili. Colpisce, di nuovo, il fatto che questa misura preveda su un numero ristretto di aventi diritto. Viene inoltre previsto che i contratti temporanei attivati per coprire lavoratrici o lavoratori in congedo possano prolungarsi per un periodo di affiancamento fino al compimento del primo anno di età del bambino, favorendo così un rientro più graduale. Infine, la legge di bilancio 2026 estende da 12 a 14 anni l’età del figlio entro la quale è possibile richiedere il congedo parentale.

Un bilancio e qualche proposta

Come già sottolineato, le nuove misure che più incideranno sulla vita delle famiglie con figli sono quelle che modificano la determinazione dell’ISEE per alcune misure di welfare familiare. Tutti gli altri interventi sono di maquillage, certamente condivisibili, ma di scarsa incidenza, o perché economicamente modesti, o perché destinati a platee molto ristrette.

In una prospettiva più generale, è positivo che il governo confermi e rafforzi le due misure più importanti a favore delle famiglie con figli introdotte nelle precedenti legislature, ossia l’assegno unico e il bonus nido. Gli importi dell’assegno unico saranno più generosi per le famiglie numerose proprietarie di alloggi – giocoforza – più grandi, e grazie alla rimodulazione delle scale di equivalenza. Il bonus nido sarà più generoso per queste tipologie di famiglie, e viene esteso anche alle realtà dove non vi sono nidi tradizionali, che in molte realtà locali non possono proprio esserci, perché i bambini sono troppo pochi. Per le coppie che devono decidere se avere o non avere un figlio (in più), ogni segnale di continuità è senz’altro positivo. Tuttavia, il governo Meloni non ha mobilitato, in questo triennio, risorse paragonabili rispetto a quelle messe in campo dai governi di centro sinistra: per il solo assegno unico, la legge Delrio-Lepri del 2021 stanziò sei miliardi di euro freschi, ogni anno e non una tantum, protetti in modo automatico dall’inflazione. Oggi l’assegno unico vale ogni anno attorno a 20 miliardi di euro, sfiorando un punto di PIL.

Per proseguire sulla strada di politiche amichevoli verso le famiglie con figli, bisognerebbe intervenire in modo assai più incisivo su almeno altri due versanti.

In primo luogo, andrebbe favorito l’accesso dei giovani alla genitorialità: sembra banale dirlo, ma se non nasce il primo figlio, non possono nascere neppure quelli successivi… L’Italia detiene tre poco invidiabili primati europei: l’uscita tardiva da casa dei figli, la bassa proporzione di under 35 che vive in una coppia convivente, la proporzione senza figli al termine della vita fertile. La quota di giovani donne e di giovani uomini in unione, ormai da decenni, continua a diminuire: la proporzione che entra in prima unione prima del trentesimo compleanno era del 72% (uomini) e del 85% (donne) per le coorti nate nel 1952-56, solo del 40% (uomini) e del 56% (donne) per le coorti nate nel 1982-88. Si può inoltre stimare che il 29% delle donne quarantenni, nate nel 1985, sia oggi senza figli, più del doppio rispetto alla coorte cui appartengono le loro madri, nate nel 1955. Per la grande maggioranza si tratta di donne childless e non childfree, ossia di donne che avrebbero desiderato avere almeno un figlio, ma che, a causa di ostacoli di diversa natura, non sono riuscite a realizzare questa aspirazione.

Questi “primati” hanno anche ragioni culturali, ma gli aspetti economici occupano un ruolo di primo piano: l’accesso alle case popolari – per chi non è indigente – è una chimera; gli affitti di mercato sono spesso inarrivabili; gli stipendi non sono stati protetti in modo adeguato dall’inflazione; i mutui-casa sono spesso negati a chi non ha un lavoro a tempo indeterminato. La situazione degli affitti è particolarmente drammatica, specialmente in alcune realtà urbane. Sarebbero necessarie radicali svolte legislative, penalizzando in modo fiscalmente pesante chi tiene intenzionalmente una casa vuota, ma facilitando nel contempo il proprietario che volesse rientrare in possesso del suo immobile.

In secondo luogo, la conciliazione fra lavoro e famiglia andrebbe estesa a tutto il corso di vita dei figli minori. La criticità maggiore è certamente il tempo-scuola, che è ancora strutturato come se tutte le mamme fossero casalinghe: tre lunghi mesi di vacanze estive, gli studenti di età 10-18 che finiscono scuola alle 13, e così via. Non tutti i genitori che lavorano possono contare sulla disponibilità dei nonni, o hanno i mezzi per pagare una baby sitter. Anche su questo versante ci verrebbero interventi di legge innovativi e coraggiosi: se si togliesse un anno di scuola, terminando le superiori a 18 anni, come in quasi tutti i paesi europei, e si eliminasse ovunque la scuola al sabato, si potrebbe prolungare il tempo-scuola fino alle 16 in tutte le scuole italiane, senza incrementare il numero complessivo di ore in classe fra sei e diciotto anni (e quindi a costi contenuti), con l’ulteriore vantaggio di costruire una scuola meno basata sui compiti a casa, oggi fonte importante di diseguaglianza secondo il livello di istruzione dei genitori.

Per modificare questo quadro non è certo sufficiente una legge di bilancio. Purtroppo, però, delle radicali e urgenti riforme qui appena tratteggiate non sta parlando nessuno.

Gianpiero Dalla Zuanna

[13 gennaio 2026]


Articolo pubblicato contestualmente in www.neodemos.info e nel nostro blog

Immagine di freepik

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