L’agenda geopolitica di papa Leone

La difesa dei diritti. Tutti. E per tutti.
Quindi il multilateralismo, oggi calpestato e vilipeso, da difendere, anzi da potenziare, cominciando dall’Onu.
La pace, infine, «bene arduo, ma possibile», da perseguire svotando gli arsenali, tessendo politiche di giustizia, creando sviluppo ben sapendo in ogni caso che per costruirla occorrono «umiltà e coraggio: l’umiltà della verità e il coraggio del perdono». Parlando al corpo diplomatico, composto dagli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, il 9 gennaio Leone XIV ha svelato le coordinate della sua agenda geopolitica.
Confermata la piena continuità sostanziale con papa Francesco.
Ci sono ovviamente anche tratti originali e stanno soprattutto nel perimetro di riferimento spirituale scelto. Che rimanda ad Agostino. Analizzando le varie crisi in atto, infatti, Robert Prevost ha evocato la necessità di dare un’anima ai tempi che viviamo. E lo ha fatto citando il santo d’Ippona che, ha puntualizzato il Papa, «legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte». Non si tratta tuttavia, ha precisato il Pontefice, di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato. «Nella prospettiva agostiniana», ha puntualizzato Leone XIV, «le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. Il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile».
Questa è la sorgente che alimenta la lettura geopolitica di Robert Prevost. «Nel nostro tempo», ha detto il Santo Padre, «preoccupa la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza.
La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando». Un argine ci sarebbe, ma si sta sgretolando. «Le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali.
In un mondo attraversato da sfide complesse come le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze e le crisi climatiche l’organizzazione dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto». Per il Papa, sono «necessari sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie, ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli».
Interessante notare come il Pontefice abbia voluto rilanciare l’allarme circa l’erosione delle libertà fondamentali (di parola e di religione, in primo luogo) richiamando l’attenzione sulla persecuzione dei cristiani nel mondo, sulla sofferenza dei detenuti, sul dramma dei migranti e sulla difesa della vita in genere, abbracciando anche «il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo, tra cui vi è l’aborto».
C’è un ultimo aspetto, il linguaggio.
«Abbiamo bisogno», ha affermato il Pontefice, «che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare».
Il discorso del 9 gennaio, accanto e oltre la riproposizione di valori evangelici sempre attuali, riprende, completa e suggella l’insistito richiamo ai credenti ad occuparsi della “cosa pubblica”. Leone XIV lo ha fatto più volte con approcci diversi e sottolineature differenti – pensiamo al Giubileo dei governanti (21 giugno 2025), all’esortazione apostolica Dilexi te (4 ottobre 2025), all’incontro mondiale dei movimenti popolari (23 ottobre 2025), al messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026 –, ma con un filo conduttore che accomuna tutti gli interventi: i suoi testi, lungi dal lasciarsi ingabbiare dal mainstream dominante, si avventurano con lucido coraggio sui terreni impervi ma necessari della gestione del potere, dell’organizzazione sociale, dell’economia. Della politica, insomma.

Alberto Chiara

[17 gennaio 2026]

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