Sono trascorsi quasi cinquant’anni dalla strage di via Fani, dove fu rapito il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e morirono cinque servitori dello Stato: i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e gli agenti di polizia Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Fu un atto criminale, espressione di una furia ideologica che mise in pratica un disegno che conosceva il linguaggio della violenza.
Quello di Moro è un pensiero autorevole che sa ancora porre giuste domande alla politica; un pensiero che continua a segnare il nostro tempo, come sollecitazione e come stimolo ad allargare la nostra visione politica. Un pensiero che sa ancora raccontare le nostre vicende e accompagnarle nell’incontro con il mondo. Un pensiero che inquieta e interroga le pratiche della politica.
Un pensiero che questiona l’agire politico e che sa presentarsi come domanda rivolta al potere, come ingiunzione a non acquietarsi né a risolversi nella sola gestione del potere. Un pensiero che si caratterizza, dunque, come elemento critico, come campo aperto che rifugge da ogni tentazione di chiusura ideologica.
Quello di Moro è una visione che coglie il movimento che attraversa la realtà, intesa come luogo di esperienza in cui il vissuto di ciascuno è compreso nel processo generale della storia. La politica diviene così lo sguardo che legge le vicende umane dentro grandi disegni, e questo porta la politica a guardare oltre il proprio tempo.
Consapevole che il senso dei singoli fatti si comprende e si spiega nel collegamento con orizzonti di senso più vasti, Moro portava il confronto politico a misurarsi con grandi sfide, cogliendole come occasioni per modulare il pensiero politico attorno a temi e progetti riguardanti i grandi cambiamenti della società. Un pensiero che porta ad aprire ogni sistema, a destrutturare ogni discorso che si consideri completo e definitivo e ad accettare l’idea della politica come generatrice di novità. Un pensiero sempre attuale che, nel continuo lavoro della riflessione, indica nuove prospettive e invita a liberarci dai pregiudizi e dai concetti limitanti.
È anche un pensiero che si confronta con la fede. «L’esperienza cristiana è sentita come principio di non appagamento». La fede non è una morale e non rinvia a una mistica comprensione del mondo, ma a un modo di agire e di abitare la realtà. mIl credente, allora, non si rapporta al mondo imponendo una verità e non vive il proprio esistere agganciandosi a una pacifica ideologia che tutto dispone e prevede secondo una precisa filosofia della storia. Essere cristiani, per Moro, significa riconoscere che «la nostra fede non è una chiara visione dai contorni reali e definiti, ma una profonda tensione dello spirito che sa vedere con altro sguardo».
Per queste ragioni l’agire politico si trova sempre a fronteggiare situazioni intricate e complesse, che richiedono una mente incarnata e al tempo stesso libera. Questo si traduce nel rifiuto di ogni forma di integralismo, che faceva di Moro «un cristiano pronto a rimettere tutto in discussione».
La vita è il luogo del possibile e della libertà, che impedisce a ogni ideologia di catturare e conoscere in anticipo la verità. L’uomo vive sulla soglia, in uno spazio posto tra la continuità e l’apertura della storia. Su questa terra di margine si cerca di raggiungere un equilibrio, un punto d’appoggio e di orientamento per costruire e ordinare il nostro quotidiano vivere.
Moro si confrontava con le difficili sfide della storia, con passaggi complessi che richiedevano la partecipazione di tutti.
Egli ci precede ancora con le sue domande. Ci sollecita con le sue riflessioni, con il suo modo di ragionare, talvolta complesso, ma sempre sorprendente. Continua a chiederci le buone ragioni del fare politica.
Sandro De Bonis
[16 marzo 2026]




