Cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, poco dopo le 21, la terra tremò per interminabili 56 secondi e distrusse buona parte del Friuli pedemontano.
Una tragedia che causò 990 vittime e danni incalcolabili per l’economia e la società friulana.
Eppure da quel terremoto è nato il Friuli contemporaneo.
Una terra arretrata e sostanzialmente agricola in trasformazione verso l’imprenditoria, si è trasformata in un giardino costellato di piccole e medie imprese; una terra di povertà ed emigrazione è diventata una delle zone più ricche d’Italia.
Non si può dire grazie al terremoto, l’ancestrale Orcolat che continua a popolare gli incubi dei friulani, si deve celebrare la forza e la volontà di un popolo che ha dimostrato di poter resistere alle avversità ricostruendo le proprie case, rimanendo nella propria terra e rinsaldando i propri legami.
“Mezzo secolo dopo – scrive oggi Paolo Lambruschi su Avvenire – le cicatrici fanno ancora soffrire le famiglie. Solidarietà e dolore danno il senso delle celebrazioni religiose con la Messa di domenica scorsa e civili con il presidente Mattarella e la premier Meloni nella caserma Goi Pantanali di Gemona, uno dei luoghi simbolo del terremoto”.
“Valori come la solidarietà salvarono le comunità insieme a tre innovazioni. – spiega Lambruschi – La prima fu quella dell’allora vescovo di Udine Alfredo Battisti, che tracciò lo schema della ricostruzione “invertendo” le priorità: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Perché se si fossero perse le attività lavorative questa terra di emigranti si sarebbe spopolata. E senza il lavoro non sarebbero state ricostruite case più solide accelerando il ritorno a una vita normale delle famiglie. E infine le chiese, centro della comunità, che vennero ricostruite con pazienza e passione come testimoniano le 12 mila pietre recuperate e numerate una ad una con le quali si riedificò il duomo di Venzone”.
La seconda innovazione fu il metodo dei gemellaggi tra paesi e parrocchie, promossi dalla Caritas, nata da pochi anni su indicazione di Paolo VI. La terza fu la nascita della protezione civile, grazie all’intuizione di Giuseppe Zamberletti.
Ebbe un ruolo anche la politica, con l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro che fece una scelta all’insegna dell’autonomia: visto che il Friuli chiedeva di poter gestire la ricostruzione in proprio, vennero dati alla regione e ai comuni i poteri commissariali per la ricostruzione all’insegna del “fasin di besoi”, facciamo da soli, non per egoismo, ma per la voglia di rinascere. Una giovane donna, intervistata a pochi giorni dalla prima scossa disse: non servono lacrime, non bisogna piangere, ma ricostruire.
E così è stato.
I friulani, di fronte alla tragedia, non sono fuggiti dalla loro terra, anzi, molti emigrati sono tornati per ricostruire il loro Friuli.
Mi paiono efficacissime le parole con cui Paolo Lambruschi conclude il suo articolo su Avvenire: “Alle nove di stasera quando i comuni del Friuli ricorderanno i loro morti, faranno memoria della risurrezione di questa terra”.
Io sarò questa sera a San Fedele a Milano per partecipare a una messa presieduta dall’Arcivescovo di Milano mons. Delpini per ricordare i morti e custodire la memoria, all’insegna di quella che è diventata la frase simbolo del Friuli post terremoto: “El Friul ringrazie e nol dismentee”, il “Friuli ringrazia e non dimentica”.
Fabio Pizzul
[6 maggio 2026]




