Nella rivoluzione tecnologica dell’IA un nuovo decisore è in grado di modellare la politica. È il populismo algoritmico, evoluzione tecnologica del populismo analogico. Non si tratta solo di un nuovo modo di fare politica ma di una trasformazione profonda in cui gli algoritmi ridisegnano il rapporto tra governanti e governati.
Questa nuova declinazione è riconducibile alle rapidissime innovazioni dell’IA e al loro utilizzo. Infrastrutture globali che aprono scenari di straordinaria potenzialità ma che pongono cruciali interrogativi sulla trasparenza, sulla responsabilità e sulla tenuta dei processi democratici. Il rischio centrale è quello di una “eteronomia algoritmica” in cui la delega di funzioni cognitive e decisionali all’IA atrofizza la capacità critica, generando dipendenza da sistemi automatizzati. La questione non è solo tecnica ma profondamente politica.
Una prima considerazione richiede una riflessione su potere computazionale e populismo algoritmico. Per quanto riguarda il potere computazionale possiamo distinguere, richiamando Paolo Benanti, “una visione di liberalismo tecnologico della Silicon Valley che enfatizza l’innovazione e la libertà individuale” e una visione di “autoritarismo computazionale di Stati che usano la tecnologia per il controllo sociale e la sorveglianza di massa”. Il populismo algoritmico, a sua volta, nasce quando le élite tecnoscientifiche si appropriano del linguaggio del “bene comune” per manipolare e legittimare scelte celate dietro la presunta neutralità dell’IA. Si presentano così decisioni con ricadute politiche come dati oggettivi e inconfutabili, sottratte al dibattito pubblico. In un contesto in cui gli algoritmi diventano una nuova forma di normatività.
Con la delega tecnologica di funzioni cognitive e predittive, algoritmi opachi e non regolamentati possono amplificare disuguaglianze, consolidare pregiudizi e minare la coesione sociale. Il risultato concreto è una perdita di autonomia e libertà decisionale. In una mescolanza di informazioni fuorvianti diffuse per quanto senza intenzione di ingannare (misinformazione) e falsità deliberate destinate a suscitare allarme e paura (disinformazione).
Con la manipolazione e la solitudine digitalesi realizzano logiche di conferma che rafforzano convinzioni e desideri, incentivando forme di narcisismo relazionale. Il digitale non si distingue più dal reale: il digitale è il reale. Ne derivano incapacità di interpretare le complessità, inadeguatezza al discernimento, dipendenza emotiva e una comprensione falsificata del mondo. La solitudine digitale dei singoli si coniuga così con l’erosione progressiva della democrazia.
Con questo sfondo, il populismo algoritmico si autosostiene. Emerge la domanda cruciale: nelle società ad alto livello tecnologico è ancora possibile la democrazia come espressione della volontà popolare? La risposta è affermativa ma solo in presenza di un’opinione pubblica competente, capace di giudicare le decisioni che la politica assume su indicazione tecnica. Altrimenti prevale il populismo che semplifica le questioni incomprensibili al grande pubblico e la volontà popolare si riduce nell’acclamazione di élite che restano legittimate dal voto eterodiretto e senza che i cittadini possano davvero influire sulle scelte politiche.
A fronte di questo scenario, è urgente costruire una nuova cultura che potremmo definire della responsabilità nel digitale. Non si tratta di demonizzare i sistemi di IA, ma di riconoscere che libertà, responsabilità e giustizia sono poste di fronte a nuove prove. Occorre una governance inclusiva, trasparente e responsabile, capace di coniugare innovazione e controllo democratico.
Il primo passo è la consapevolezza. È necessario sviluppare un’alfabetizzazione algoritmica diffusa in cui i cittadini devono poter sapere come funzionano i modelli predittivi, quali dati utilizzano, chi li addestra (principio di esplicabilità). Perché ogni sistema di IA che impatta la vita umana deve essere spiegabile, confutabile e controllabile.
Ma l’aspetto cruciale rimane la pluralità epistemica. L’IA tende a consolidare visioni del mondo basate sulla correlazione statistica ma la realtà sociale è irriducibile a modelli computazionali. Occorre, pertanto, preservare spazi di deliberazione umana autentica dove l’algoritmo sia uno strumento e non un oracolo. Evitare il populismo algoritmico non significa rifiutare l’innovazione, ma abitare nella conoscenza e realizzare una governance orientata a uno sviluppo davvero umanocentrico e democratico.
Lucio Romano
[11 maggio 2026]




