Dilemma europeo

Dal rude avvertimento lanciato da JD Vance un anno fa a Monaco sino alla conferma, pur espressa in modo soft, degli stessi concetti esposta nello stesso luogo da Marco Rubio un anno dopo e con in mezzo l’altalena sui dazi commerciali, le minacce pronunciate in difesa della libertà assoluta dei big tech americani nella loro attività, l’intimazione ad una molto più elevata partecipazione ai costi della NATO, le pretese territoriali sulla Groenlandia, l’atteggiamento sistematicamente ambiguo nei confronti dell’Ucraina aggredita, le contumelie e le offese di Donald Trump, ora il velato ricatto associato alla richiesta di un intervento militare a supporto di una guerra decisa in solitudine e contro gli interessi europei: un anno sulle montagne russe vissuto quasi con incredulità dall’Europa, ove sono state poche le voci che hanno saputo con lucidità porre il continente di fronte alla percezione della nuova realtà, assai differente da quella in cui esso si era trovato a vivere (bene) dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino ai tempi attuali.

Ora l’Europa, e più specificatamente l’UE, si trova innanzi a un bivio, come è stato detto assai bene nel recente convegno di Comunità Democratica: continuare a subire il ricatto americano (imperniato soprattutto sul lato della protezione militare, oggi dalle nuove pretese russe come ieri dalla potenza imperiale sovietica) o affrontare con maggiore autonomia una fase storica nuova e diversa che le chiede la capacità di affermare con rigore la propria sovranità. Lo potremmo definire il “dilemma europeo”.

Purtroppo i paesi del Vecchio Continente vedono crescere al loro interno movimenti d’opinione e anche nuovi partiti politici che sulla base di primitivi istinti nazionalistici (quelli che storicamente hanno provocato guerre e distruzioni nel secolo scorso) e di una qual certa influenza proveniente dal neo-sovranismo russo imperniato sul concetto di “Democrazia sovrana” elaborato agli albori del nuovo millennio dall’ideologo del putinismo, Vladislav Surkov, stanno conquistando consenso anche elettorale.

Con una particolarità, innovativa rispetto ai canoni tradizionali dell’antieuropeismo classico: l’opposizione all’idea di una “Unione sempre più stretta” ora viene declinata all’interno delle istituzioni europee con l’obiettivo di attenuarne la forza se non di svuotarla gradualmente e comunque di ricattarle sistematicamente (l’atteggiamento dell’Ungheria da questo punto di vista è esemplare).

Si tratta ancora di espressioni minoritarie (tranne che in qualche paese) che però sono in crescita e che pertanto andrebbero combattute: non tanto con la scomunica politica, che al contrario potrebbe rafforzarle, quanto con la proposizione attiva di un’idea di Europa capace, unita, di rispondere con efficacia alle questioni insite nel “dilemma” cui si è fatto cenno poco fa.

Il problema, però, è che queste risposte non stanno arrivando, se non saltuariamente (il debito comune per il dopo-pandemia, la difesa di Kyiv anche con un certo impegno economico, e poco altro). Mentre i tempi nuovi, ora ulteriormente aggravati dalla guerra in medio-oriente, richiederebbero ben altra assertività.

Ciò accade perché si muovono sullo scenario continentale due diversi approcci all’europeismo: uno classico e un altro – da anni ormai prevalente – che potremmo definire “funzionale”.

Il primo, per quanto nobile, appare fuori tempo, intriso di litanie declamatorie (la più nota è la ripetizione quasi stucchevole della straordinarietà del Manifesto di Ventotene), incapaci ormai di generare vero afflato federalista a generazioni che quei tempi non solo, evidentemente, non li hanno vissuti ma neppure li hanno percepiti attraverso i racconti dei propri genitori, che a loro volta non li avevano vissuti direttamente. Un europeismo sincero, dunque, che però necessita di nuovi strumenti comunicativi e di nuove idee. E forse, al momento, solo Mario Draghi ha saputo abbozzare qualcosa di efficace in tal senso.

Il secondo, invece, è in grande spolvero. E purtroppo produce immobilismo, se non addirittura danni. È quello che da almeno un decennio ha indebolito la forza della Commissione (ai vertici della quale non per caso sono approdati politici privi di profondità strategica oltre che di carisma) delegando tutto o quasi il potere al Consiglio Europeo, ossia ai Capi dei Governi: ossia – vogliamo ammetterlo? – a un nazionalismo di fondo declinato in salsa europeista. “Funzionale”, appunto, ad un impoverimento della tensione federalista dell’Unione.

Il Presidente/Premier di ogni paese (ma oggi si preferisce dire “nazione”) innanzitutto deve tenere a mente e proteggere gli interessi del proprio elettorato e solo in un secondo momento, meno importante del primo, valutare eventualmente quelli comuni, quelli europei. Così operando e attuando è ovvio che il massimo livello di cooperazione che si ottiene è quello del compromesso, a volte utile, più spesso deleterio.

Del resto occorre riconoscere che questo è il portato delle democrazie: i politici devono tenere nel dovuto conto le richieste dei loro elettori, dei gruppi di pressione, e di quant’altro possa produrre consenso. Ma i buoni politici sanno anche rispondere alle necessità dell’oggi disegnando un possibile futuro migliore, ed è questa la risorsa che scarseggia un po’ ovunque: la “buona Politica”.

E allora per superare il problema restando nell’alveo democratico la soluzione consisterebbe in una partecipazione popolare complessiva al progetto europeo, attraverso l’elezione diretta non solo del Parlamento di Strasburgo (al quale peraltro andrebbe assegnata una più incisiva potestà di iniziativa legislativa di quanto non abbia oggi) ma anche della stessa Presidenza della Commissione. Una innovazione che, unita all’abolizione del diritto di veto, farebbe fare all’Unione quel salto di qualità che la situazione politica internazionale esigerebbe.

Già. Ma chi è in grado di avviare questo virtuoso processo?

Enrico Farinone

[27 marzo 2026]

Immagine di wirestock su Freepik

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