I bambini non sono una proprietà

Ci sono vicende che, per la loro apparente stranezza, finiscono per occupare per settimane il dibattito pubblico. La storia della cosiddetta “famiglia nel bosco”, diventata negli ultimi mesi oggetto di polemiche politiche, interventi giudiziari e narrazioni mediatiche contrapposte, è una di queste.

Come spesso accade, la discussione si è rapidamente polarizzata. Da una parte chi ha letto l’intervento delle istituzioni come una indebita intrusione dello Stato nella vita privata di una famiglia che rivendicava semplicemente uno stile di vita alternativo. Dall’altra chi ha visto nella vicenda la prova della necessità di controlli pubblici più stringenti sulle scelte educative e sanitarie dei genitori.

Ma il punto decisivo, quello che dovrebbe guidare qualsiasi riflessione seria, rischia di rimanere fuori campo. La domanda implicita che struttura gran parte del dibattito è infatti la stessa: di chi sono i bambini? Dei genitori o dello Stato?

È una domanda antica, eppure profondamente fuorviante. Il principio che attraversa il nostro ordinamento costituzionale e le convenzioni internazionali sui diritti dell’infanzia è molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più radicale: i bambini non sono proprietà di nessuno. Sono persone.

Può sembrare un’affermazione ovvia, ma la storia culturale e giuridica europea racconta qualcosa di diverso. Per secoli i figli sono stati considerati una naturale estensione dell’autorità familiare. La stessa espressione “patria potestà”, oggi sostituita dalla più equilibrata formula della “responsabilità genitoriale”, conserva l’eco di un tempo in cui l’autorità degli adulti costituiva il perno assoluto della relazione educativa.

Negli ultimi decenni questo paradigma ha iniziato lentamente a cambiare. Non senza resistenze.

Se oggi – giustamente – la coscienza civile afferma con sempre maggiore chiarezza che le donne non sono proprietà degli uomini, non dovrebbe essere difficile riconoscere che anche i bambini possiedono una dignità personale che precede qualsiasi appartenenza.

Questo non significa negare il ruolo decisivo della famiglia. Al contrario. La famiglia resta il luogo primario della cura, dell’educazione, della trasmissione dei valori. Ma proprio perché i bambini sono persone, il rapporto con loro non può essere pensato in termini proprietari. È una responsabilità, non un possesso.

In questo quadro lo Stato non è il proprietario alternativo dei minori. È il garante di un principio più grande: che ogni bambino possa accedere alla salute, all’istruzione, alla sicurezza e alle condizioni minime per sviluppare liberamente la propria personalità.

Il nodo, dunque, non è scegliere tra famiglia e Stato. Il nodo è riconoscere che entrambi esistono in funzione dei diritti del bambino.

La cultura pedagogica italiana ha espresso su questo punto una delle intuizioni più luminose del secondo Novecento. Loris Malaguzzi, fondatore dell’esperienza educativa di Reggio Emilia, parlava dei “cento linguaggi dei bambini”. Non era soltanto una felice immagine pedagogica. Era l’affermazione di un principio: ogni bambino possiede molteplici modi di conoscere, esprimersi e interpretare il mondo.

Se un bambino ha cento linguaggi, significa che ha anche cento strade possibili per diventare se stesso.

Ed è qui che l’idea proprietaria mostra tutta la sua fragilità. Quando un adulto – sia esso un genitore o un’istituzione – pensa di “possedere” un bambino, inevitabilmente finisce per restringere quei linguaggi. Riduce la libertà del bambino a un progetto già definito da altri.

La responsabilità educativa autentica è invece l’opposto: creare le condizioni perché quei linguaggi possano emergere.

La vicenda che ha occupato il dibattito pubblico in queste settimane ricorda quanto sia delicato questo equilibrio. L’amplificazione dei social, la tentazione politica di trasformare ogni caso complesso in una bandiera ideologica, e la naturale inclinazione dei media alla semplificazione hanno spesso oscurato la domanda più importante: che cosa serve davvero ai bambini coinvolti?

Non servono slogan sulla libertà assoluta dei genitori. E non servono neppure riflessi burocratici che riducano la tutela dei minori a una procedura amministrativa.

Serve piuttosto una cultura pubblica capace di riconoscere nei bambini dei soggetti di diritto: persone che devono poter crescere dentro relazioni affettive solide, ma anche dentro un orizzonte aperto alla conoscenza, alla cura e alla possibilità di scegliere il proprio cammino.

È una responsabilità che riguarda tutti: famiglie, scuole, istituzioni, comunità.

Perché la vera questione non è stabilire di chi siano i bambini.

La vera questione è ricordare che non sono la proprietà di nessuno. Proprio per questo, in fondo, appartengono al nostro futuro.

Stefano Salsi

[15 marzo 2026]

Immagine di pressfoto su Freepik

Lascia un commento:

(Compila i campi richiesti. Il tuo contributo verrà analizzato e pubblicato. L’indirizzo email, essendo riservato, non sarà visibile; il sito web non è obbligatorio)