Si guarda avanti. Ora l’home page del sito di Libera si apre con “E!State Liberi!”, un gioco di parole costellato di punti esclamativi che rimanda a proposte formative (e di lavoro) nei beni confiscati alle mafie. Si tratta di un progetto che valorizza e promuove il riutilizzo sociale di quanto un tempo era proprietà della criminalità organizzata. Da giugno a ottobre, i campi si svolgeranno in decine di località, sparse in 15 regioni, dal Piemonte alla Sicilia. La 31ª Giornata della memoria delle vittime innocenti di mafia è archiviata, ma non dimenticata. Il corteo che sabato 21 marzo ha visto 50 mila persone attraversare Torino è stato un cammino condiviso da un popolo consapevole e policromo, un impegno personale e collettivo, un patrimonio che intende gettare radici e dare frutti. C’erano i familiari di chi è stato freddato dai clan. C’erano intere scolaresche. C’erano politici, amministratori, gente comune. Erano presenti anche Azione Cattolica, Acli, Servizio missionario giovani (Sermig), Agesci (tanti, tantissimi gli scout), sindacalisti. Molti gli organismi che hanno aderito. Un fiume umano s’è messo «sulle orme delle vittime innocenti della mafia», ha detto Cristina, figlia di Bruno Caccia, il Procuratore della Repubblica di Torino ucciso dalla ‘ndrangheta il 26 giugno 1983, unico magistrato del Nord messo a tacere con colpi d’arma da fuoco. Accanto ai parenti, custodi di un dolore trasformatosi nel tempo in indomita testimonianza (e che la sera prima, il 20 marzo, s’è fatta preghiera ecumenica in Duomo, con l’arcivescovo, il cardinale Roberto Repole, il pastore valdese Francesco Sciotto e l’archimandrita Maxim Drăguț, della Diocesi ortodossa romena d’Italia), c’erano tanti giovani, studenti e studentesse: segno che questa memoria può ancora parlare al futuro.
L’arrivo in piazza Vittorio Veneto è stato un momento intenso. Qui ha preso forma uno dei gesti più forti della Giornata: la lettura dei 1117 nomi delle vittime innocenti delle mafie e delle stragi, avviata dal sindaco Stefano Lo Russo. Un elenco scandito con sobrietà, immerso in un silenzio rispettoso. Ogni nome pronunciato ha restituito dignità a una vita, ha strappato quelle storie all’anonimato.
«Abbiamo fame di verità e di giustizia», ha detto don Luigi Ciotti aprendo il suo discorso conclusivo. Il fondatore di Libera ha ricordato come l’80 per cento dei familiari non conosca ancora la verità sulla morte dei propri cari. «Eppure sapere è un diritto, com’è un diritto non essere ingannati, non essere manipolati dai poteri forti e dalle parole vuote». «Non basta avere le mani pulite», ha aggiunto, «possiamo essere formalmente irreprensibili e stare alla finestra mentre il mondo brucia. Se abbiamo le mani pulite ma le teniamo in tasca siamo complici dell’indifferenza, dell’ingiustizia che avanza e colpisce duro, come sempre, i più deboli, i meno tutelati». Don Ciotti ha poi ricordato i conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina a Gaza passando per l’Iran, il Sudan, il Congo, e il Myanmar. «Le guerre uccidono, distruggono, inquinano: sono un trittico di morte. E sono un grande affare per le mafie, per i trafficanti di armi, per le multinazionali del petrolio». Parole di preoccupazione anche rispetto al riarmo, destinate a scuotere il Piemonte e il suo capoluogo. «Qui a Torino dobbiamo guardarci allo specchio: per noi è motivo di preoccupazione che si festeggi la crescita di attività legate all’industria militare. Qui si progettano e si assemblano i caccia del futuro che seminano morte. Costruire la pace non significa fabbricare più armi, ma costruire più scuole, case, ospedali, lavoro dignitoso. Significa investire nella vita, non nella morte». Di pianto e lutti parla anche la continua tragedia del Mediterraneo. «Migliaia di persone annegate nell’indifferenza dei governi, dell’Europa di molti di noi», ha denunciato Ciotti. «A fine gennaio, durante il ciclone Harry si stima siano scomparse almeno un migliaio di persone al largo delle nostre coste: una tragedia enorme coperta da un silenzio assordante». Da qui l’appello: «Dobbiamo avere il coraggio di fermare questa corsa folle, di metterci di mezzo, ciascuno con il proprio corpo e il proprio cuore, per fermare i creatori di moderni inferni. Noi diciamo che il silenzio va rotto, che l’indifferenza va smascherata, che l’inerzia va scossa con la forza della presenza, della partecipazione, della passione civile».
Alberto Chiara
[24 marzo 2026]




