Ieri i giudici hanno messo sotto controllo giudiziario Glovo, contestando paghe troppo basse e forme di sfruttamento dei rider.
Non è solo una vicenda giudiziaria: è l’ennesimo segnale di un modello che scarica sistematicamente rischi e costi sui lavoratori.
Ancora una volta, una piattaforma di consegne finisce sotto accusa per paghe troppo basse e condizioni di lavoro che ricordano più un’economia di sfruttamento che un’innovazione.
Eppure, proprio la logistica “last mile” (food delivery, consegne urbane, pacchi a domicilio) dovrebbe essere il terreno più facile su cui costruire tutele solide.
Perché?
Perché a differenza di molti settori manifatturieri, questo lavoro non è delocalizzabile.
La consegna deve avvenire qui e ora, vicino al cliente, in tempo reale. Non esiste una minaccia credibile del tipo: “se alzate i salari spostiamo la produzione in un Paese a basso costo del lavoro”.
E allora perché, nonostante questa enorme differenza, proprio qui si sono formati i nuovi proletari del nostro tempo?
Lavoratori frammentati, spesso formalmente autonomi, con redditi incerti, tutele ridotte e costi scaricati su di loro: mezzi, manutenzione, rischi, tempi morti non retribuiti.
Il vero vantaggio competitivo delle piattaforme, infatti, non è la delocalizzazione: è la traslazione del rischio.
E a questo si aggiunge la gestione algoritmica: punteggi, turni, assegnazione delle consegne e perfino l’accesso al lavoro dipendono da meccanismi opachi, difficili da contestare individualmente.
La cosa interessante è che altrove si è intervenuti in modo molto più netto.
📌 Spagna: con la Riders’ Law ha introdotto una presunzione di subordinazione per i rider.
📌 Paesi Bassi: la giurisprudenza ha riconosciuto in casi chiave che i rider operavano di fatto come dipendenti.
📌 Regno Unito: la categoria di “worker” ha garantito diritti minimi (ferie pagate e salario minimo) anche senza pieno status da dipendente.
📌 New York City: ha fissato un minimo retributivo per i delivery workers delle app.
📌 Unione Europea: la nuova direttiva sul lavoro tramite piattaforme va nella stessa direzione: presunzione del rapporto di lavoro (secondo criteri nazionali) e più trasparenza e tutela rispetto alla gestione algoritmica.
Insomma: se non riusciamo a garantire tutele di base in un settore che non può delocalizzare, il problema non è economico. È politico e regolatorio.
La logistica last mile è il banco di prova ideale di un nuovo patto tra innovazione e diritti.
E non riguarda solo i rider: riguarda la qualità della convivenza urbana, la dignità del lavoro e il futuro della regolazione nel capitalismo delle piattaforme.
Leonardo Becchetti
[10 febbraio 2026]





1 commenti On Non possiamo scaricare costi e rischi solo sui lavoratori
I temi del lavoro, come quello della “giusta” retribuzione vanno impostati correttamente, come bene fa Becchetti nel suo breve articolo. Una discussione su una “legge sui riders” meriterebbe una discussione senza pregiudizi ideologici, ma attenta alle persone coinvolte e alle comunità in cui operano. Ma occorre un ragionamento complessivo, perchè altrimenti viene meno l’organicità del sistema frammentandolo. Si prenda ad esempio la legge sulla partecipazione, come altre forme di cogestione/partecipazione in Europa; potrebbe portare, se correttamente applicate, a risolvere anche il problema di cui si tratta.