Ad un anno dall’appuntamento di Milano possiamo dire di esserci messi in cammino lungo le direttrici che abbiamo scelto di percorrere insieme. Se a Milano siamo stati convocati da alcuni di noi, ora camminiamo in tanti e abbiamo costruito piccoli presidi di resistenza sui territori: presidi a difesa della democrazia innanzitutto perché, in Comunità Democratica, le persone si incontrano per ascoltarsi e discutere della abitazione accessibile ai giovani o delle case di comunità, a ragionare cioè del bene comune e del futuro della propria comunità locale o nazionale.
Purtroppo le previsioni peggiori fatte a Milano si stanno avverando: la democrazia è stanca, malata e al centro di un attacco violento proprio all’interno dei paesi occidentali che l’hanno generata. Come riportano diversi autori, questo attacco diviene pericoloso perché si unisce ad un ansia epocale generata da molti fattori: prima di tutto il timore di perdere il controllo delle forze che governano ed influenzano la nostra vita e di non poterle cambiare. Pensiamo alla finanza, alla tecnologia alle migrazioni. In secondo luogo, la sensazione che il tessuto morale della comunità, della famiglia e della nazione si stia disgregando sotto di noi. Si vive come individui smarriti, senza senso di appartenenza e senza un legame morale con la comunità in cui si vive. Molti provano allora solitudine ed impotenza. E si affidano a leader imperatori, che possano restaurare senso di controllo e senso di comunità. Il dibattito dei partiti che si concentra sui diritti, su redistribuzione o su affinamenti procedurali, non va al cuore dello scontento democratico. Per questo abbiamo detto a Milano che le risposte alla crisi democratica non sono esclusivamente all’interno dei partiti, ma piuttosto nella società civile.
E abbiamo detto a Milano che un nuovo pensiero occidentale sarebbe stato necessario e urgente.
Nuovo perché capace di riattivare la passione civica sui territori, la partecipazione dei cittadini, il desiderio di concorrere al bene comune con un forte senso di appartenenza e di fraternità.
Nuovo perché capace di avere l’ambizione di mettere sotto controllo il potere economico, che non è affatto neutrale nelle sue ambizioni che vogliono travolgere e non solo influenzare la esperienza democratica.
Nuovo perché capace e di ribadire che la democrazia vive di compromessi, cioè di promesse comuni, di comprensione, di dialogo e non di polarizzazione e di parole violente. Il potere economico che non deve rendere conto e la radicata polarizzazione hanno un obiettivo comune: entrambi depotenziano e delegittimano la politica democratica.
Abbiamo scelto insieme di connettere e dialogare coi mondi fuori dai partiti che generano pensiero ed azione: ognuno di noi sceglierà la sua parte, anche partitica, ma Comunità Democratica ha voluto e vuole fortemente fare politica producendo cultura nei territori insieme a tanti altri.
Comunità democratica può contare su un potenziale enorme di persone di buona volontà, appassionate della cosa pubblica. Il denominatore comune è un bagaglio di conoscenze, esperienze e sensibilità riconducibili alla cultura cattolico democratica, ma non solo, spesso frutto di un impegno nelle parrocchie, nelle associazioni, nel terzo settore, nell’associazionismo vario, nelle professioni, nelle scuole, nelle università, nell’amministrazione pubblica, in politica.
Molte di queste persone non sono pronte o non vogliono un impegno in un partito, tanto più in questo momento, ma sono disponibili a confrontarsi su temi diversi, da quelli glocal a quelli local, se ciò avviene in un contesto caratterizzato ma non troppo targato. D’altronde, abbiamo detto che Comunità democratica è un contenitore politico e non partitico, pur riconoscendosi nei valori del centrosinistra. Il nostro obiettivo è rafforzare l’autogoverno: l’autogoverno dei cittadini sulla propria salute, sul proprio lavoro, sul proprio tempo e l’autogoverno delle comunità.
Autogoverno inteso come il deliberare sul bene comune insieme ai propri concittadini e il contribuire a plasmare il destino della comunità politica. E ciò richiede una conoscenza degli affari pubblici, un senso di appartenenza, una sollecitudine verso l’interesse generale ed un legame morale con la comunità il cui destino è in gioco. Impossibile? Non abbiamo altra alternativa se non provare.
In un discorso del 1910 Theodore Roosevelt disse:«Non è il critico che conta; non l’uomo che indica dove l’uomo forte inciampa, o dove chi agisce avrebbe potuto fare meglio. Il merito appartiene all’uomo che è davvero nell’arena, il cui volto è segnato dal sudore e dal sangue; che lotta con valore; che sbaglia, che manca il bersaglio ancora e ancora, perché non c’è sforzo senza errore e mancanza ma che realmente si sforza di compiere le azioni.»
Il mondo non è più brutto e pericoloso di tante altre stagioni e la nostra speranza è una forza attiva.
Per noi l’arena conta più della tribuna.
Un grande grazie a tutti coloro che ci hanno fatto compagnia in questo anno.
Graziano Delrio
[19 gennaio 2026]





1 commenti On Arena più che tribuna
In Italia c’è un’enorme questione di profondo disagio socioeconomico, la necessità di intervenire perché chi detiene il potere economico agisca nell’interesse della collettività è divenuta urgentissima.
Milioni di persone sono in povertà assoluta, altre milioni di persone rinunciano alle cure sanitarie a causa delle liste d’attesa e dei costi proibitivi del privato; la nostra sanità pubblica, fiore all’occhiello della nostra Repubblica, sta subendo un processo di privatizzazione che lascerà milioni di persone abbandonate a sé stesse.
La direzione da prendere è nota, la dottrina sociale della Chiesa Cattolica ci indica i principi fondamentali di una società equa, tocca a chi si occupa della cosa pubblica “tradurli” in atti legislativi concreti ed efficaci.