Il buon padre di famiglia

La nozione di merito è il cuore simbolico del nostro tempo. Non come principio astratto, ma come racconto egemonico del potere. Chi vince, ci viene ripetuto, merita di vincere. Chi accumula ricchezza non solo ha successo: ha diritto di imporsi, perché il successo si trasforma in prova morale. È l’immagine rassicurante del buon padre di famiglia: colui che protegge i suoi, garantisce benessere, tiene lontana la paura. Attorno a questa figura si organizza un’etica semplice e brutale: la forza diventa giustizia, la ricchezza virtù, la vittoria verità.

Ma ogni padre buono porta con sé il proprio doppio oscuro. Chi perde, chi soccombe, chi non ce la fa, diventa automaticamente colpevole. È il cattivo padre, quello che non ha saputo difendere moglie e figli dalla povertà, dall’umiliazione, dall’insicurezza. Così la sconfitta smette di essere una condizione sociale e diventa una colpa morale. La “democrazia del più forte” funziona esattamente in questo modo e, a ben guardare, non è poi così diversa dai totalitarismi: muta il linguaggio, non la logica. È un paradigma profondamente patriarcale e proprio per questo straordinariamente resistente.

Dentro questa cornice tutto diventa legittimo. Sparare al vicino che mette a rischio la proprietà si trasforma in un dovere. Sfruttare il debole appare giusto, perché chi non sa difendere la propria famiglia non merita benessere. La violenza non si presenta più come una rottura dell’ordine, ma come il suo naturale compimento. Non è barbarie: è coerenza interna al frame.

Questo immaginario non nasce per caso. È il prodotto di anni di narrazione social unidirezionale, pervasiva, ossessivamente ripetitiva. Una narrazione che semplifica, polarizza, premia chi urla e penalizza chi argomenta. Gli algoritmi non sono neutrali: sono macchine morali inconsapevoli, progettate per rafforzare ciò che già domina. E ciò che domina, oggi, è l’idea che il mondo sia una competizione permanente e che perdere sia una vergogna.

Il paradigma opposto — quello democratico, quello costituzionale — muove invece da presupposti radicalmente diversi. Afferma che le disuguaglianze sono ingiuste, non naturali. Che il diritto esiste per difendere le persone dall’abuso di un potere incontrollato. Che ogni individuo ha valore in sé, non in base a ciò che produce o possiede. Che siamo parte di una comunità e che solo insieme è possibile vivere bene. Che cooperazione e pace non sono ingenuità, ma condizioni materiali della speranza. E che salvare il pianeta non è un dogma ideologico, ma una necessità comune, elementare, quasi biologica.

Il problema è che i democratici, almeno nel nostro contesto, hanno tentato di evocare queste idee senza costruire le cornici capaci di renderle credibili. Hanno spesso parlato di uguaglianza in modo puramente retorico o narcisistico, utilizzando le stesse piattaforme pensate per premiare discorsi opposti. Non hanno saputo, o non hanno voluto, costruire dal basso spazi relazionali propri, comunità vive, narrazioni incarnate. Hanno chiesto fiducia senza creare legami. Hanno parlato di futuro senza abitare il presente. Hanno parlato di eguaglianza, ma hanno agito difendendo margini di privilegio.

Per questo oggi la democrazia appare perdente.
Non perché sia sbagliata, ma perché non dispone più di un immaginario egemonico.
Non perché manchino le ragioni, ma perché manca la cornice che le renda desiderabili.

Ed è probabilmente questa la sfida politica più urgente che abbiamo davanti: non soltanto cambiare le politiche, ma ricostruire il senso, prima che la forza continui a sembrare l’unica forma possibile di verità.

Stefano Salsi

[21 gennaio 2026]

Immagine di frimufilms su Freepik

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