Un voto suicida, che indebolisce l’UE nell’era del trumpismo globale

Il 21 gennaio 2026 il Parlamento europeo, riunito a Strasburgo, ha deciso con uno scarto minimo (334 sì, 324 no, 11 astensioni) di rinviare l’Accordo di libero scambio UE-Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea per un parere di conformità ai Trattati. Una scelta che congela di fatto il più grande accordo commerciale mai negoziato dall’UE, concluso pochi giorni fa dopo oltre 25 anni di trattative e già duramente contestato da Washington come “lesivo degli interessi statunitensi”.

L’intesa – che avrebbe eliminato oltre il 90% dei dazi tra le due aree, coinvolgendo circa 700 milioni di consumatori – non è ancora entrata in vigore e necessita della ratifica del Parlamento europeo e, per alcune parti, dei Parlamenti nazionali, come ogni accordo del resto. Il deferimento alla Corte sospende ora l’intero iter, per un periodo che potrebbe durare 18-24 mesi, mentre resta incerta perfino la possibilità di un’applicazione provvisoria parziale, come si è fatto in passato.

Presentata come prudenza giuridica, la decisione è in realtà una scelta politica grave. In un contesto internazionale segnato dal ritorno aggressivo del protezionismo e dal trumpismo come metodo di demolizione dell’ordine multilaterale, l’UE sceglie di bloccare sé stessa. Formalmente si contesta la base giuridica e la procedura di “spacchettamento” seguita dalla Commissione; sostanzialmente il voto nasce da una miscela incoerente di paure, pressioni settoriali, calcoli elettorali e riflessi sovranisti, del tutto estranei a una visione strategica europea.

La mappa degli schieramenti è rivelatrice. Il rinvio è stato favorito da defezioni trasversali rispetto alla linea ufficiale dei gruppi: nel PPE 43 deputati (soprattutto francesi, polacchi e ungheresi), nei Socialisti 35 (spinte da francesi e rumeni), tra i Liberali una spaccatura netta, divisioni profonde anche tra i Conservatori, con 35 eurodeputati a favore tra cui i polacchi e 39 contrari, tra cui i meloniani. Compatti a favore del rinvio risultano invece Patrioti (tra cui la Lega), Sinistra UE e gran parte dei Verdi (compresi i 5stelle ma eccetto tedeschi e danesi). Non una coalizione politica, ma una convergenza negativa: forze diversissime unite non da un progetto, bensì dalla volontà di bloccare l’azione europea.

Le conseguenze sono pesanti. Sul piano giuridico la ratifica è sospesa; su quello geopolitico l’UE si presenta come un attore indeciso e inaffidabile, mentre i Paesi Mercosur vengono corteggiati da Stati Uniti e Cina senza le stesse clausole sociali o ambientali. È un regalo inatteso a Donald Trump, che può additarlo come prova dell’inconsistenza europea mentre rilancia dazi, bilateralismi muscolari e politiche di potenza. È anche un segnale allarmante per l’India, con cui Bruxelles è vicina a chiudere l’altro grande pilastro della sua strategia commerciale globale.

Nel momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di usare il commercio come leva geopolitica decisiva, segnando un doppio successo internazionale ed ergendosi come alternativa robusta alla distruzione violenta dell’ordine internazionale, questo Parlamento sceglie l’autosabotaggio più clamoroso. Difendere standard ambientali e sociali, così come settori delicati come l’agricoltura è sacrosanto – peraltro già ampiamente previsto nell’accordo, come in ognuno degli altri 42 accordi commerciali firmati dall’UE in questi anni – ma farlo paralizzando l’azione esterna dell’UE è irresponsabile. Così l’Europa non si protegge: si consegna senza appello ai nuovi predatori della politica internazionale.

Luca Jahier

Già Presidente del CESE

Bruxelles 21 gennaio 2026

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