Oxfam, diseguaglianza = povertà politica

Il rapporto Oxfam Italia 2026 va letto assieme a quello del 2025, per capire che le cose non cambiano e i meccanismi meno virtuosi continuano a produrre povertà e morte. A povertà estrema corrisponde ricchezza estrema. E così, si consolidano sia l’oligarchia miliardaria che non sa più dove mettere i soldi sia l’area vasta dei più poveri del mondo, che i soldi non sa proprio dove siano. I 12 miliardari super ricchi posseggono più ricchezza della metà più povera dell’umanità: la metà più povera dell’umanità detiene lo 0,52% della ricchezza mondiale. Ancora, il 44%, cioè 3 miliardi e mezzo di esseri viventi, vivacchia con meno di 7$ al giorno, quando la persona più ricca del mondo riesce a vivere superando i 330 miliardi di dollari: come a dire che c’è chi vale 132 milioni di volte un’altra persona. Un record assoluto, anche inventando Space X o altre diavolerie elettroniche.

Più di un terzo della ricchezza è ereditata, non creata: conta più la trasmissione intergenerazionale che il merito individuale. Spesso la ricchezza, oltre che ereditata, è determinata da fattori che poco hanno a che fare con una sana idea di imprenditorialità, tra cui sistemi clientelari, regole inique come i monopoli, attività di lobbying, sistemi fiscali confusi, interferenze politiche e corruzione. Niente merito: solo discutibili criteri di meritevolezza. O detto altrimenti, niente ricchezza creata, solo ricchezza estratta.

Il rapporto dello scorso anno ci ricordava che le regole del libero mercato non andassero bene, qualora i giocatori fossero troppo diseguali (lo diceva già don Milani): la competizione è iniqua se si gioca tra imprese di paesi ricchi e imprese di paesi poveri. E gli Stati più poveri non possono porre rimedio a questa condizione, perché spesso si chiede loro di mettere in atto diete ultraliberali, tipo politiche di privatizzazione dei servizi sociali e di liberalizzazione degli scambi commerciali, tagli al deficit pubblico per accedere a nuovi prestiti e altro ancora.

Effettivamente quest’anno Oxfam fa un passaggio di livello politico molto interessante, ricordando che le condizioni appena citate, esacerbano le situazioni sociali e – in ultima istanza – riducono i diritti attraverso i principi di austerità o di ricerca della sicurezza. La disuguaglianza radicale crea un terreno fertile per l’autoritarismo e l’indebolimento della democrazia. Si cita uno studio secondo il quale i paesi con elevati livelli di disuguaglianza, i paesi sono fino a 7 volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto ai paesi più egalitari. Per intervenire si potrebbe porre un limite all’estremo basso – per esempio attraverso il reddito minimo – e all’estremo alto, per esempio – come sostiene Ingrid Robeyns attraverso il cosiddetto “limitarismo” – ponendo un limite legale alla ricchezza eccessiva, che è moralmente ingiustificabile e politicamente pericolosa. D’altra parte gli individui con uno smisurato accesso alla ricchezza, presentano spesso un altrettanto smisurato accesso al potere.

A questo proposito, Oxfam cita l’esempio del presidente USA: un miliardario che, per qualche mese, si è anche fatto affiancare da un miliardario, quello che citavamo prima, quello con la Tesla. Il punto è che i super ricchi che accumulano ricchezza si assicurano poi anche il potere politico per plasmare le regole del gioco, grazie anche all’uso spregiudicato dei mass media. I mezzi per creare ancora più potere possono puntare sulle paure e sulla diffusione degli odi sociali, grazie alla disinformazione, alla rimozione delle barriere d’odio contro alcuni “nemici”, consentendo ogni espressione, anche la più truce, in nome della libertà di parola. Si cita uno studio dell’Università della California che dimostra come i tassi di incitamento all’odio siano aumentati in modo esponenziale in pochissimi anni. Il potere economico sposa il potere politico: i miliardari hanno 4000 volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto alle persone comuni. E allora si può seriamente affermare che esiste anche una povertà politica, per mezzo della limitazione delle organizzazioni della società civile (per esempio attraverso gli ostacoli all’accesso ai finanziamenti, i divieti di svolgere attività di advocacy, gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e in generale una messa in discussione del loro ruolo) e favorendo la crescita di organizzazioni anti-sistema che producono disordine e un voto di protesta desideroso di più sicurezza, che genera ulteriore caos. Sembra la strategia della tensione 2.0. La povertà politica è la limitazione nella capacità di tutelare i più deboli, che non sono più in grado di far sentire la loro voce, di esercitare influenza politica, di porre in atto politiche sociali capaci di restituire maggiore eguaglianza e libertà.

Una parte cospicua del rapporto Oxfam si occupa dell’Italia, dove il 10% più ricco detiene il 60% della ricchezza nazionale: meno di altri paesi ma, pur sempre, un dato poco rassicurante. La metà più povera delle famiglie italiane detiene solo il 7,4% della ricchezza nazionale. Più che altro rimangono incredibilmente stabili alcuni meccanismi, dalla frattura nord/sud a quella dell’età, dove essere anziani è meno pericoloso che essere giovani. D’altra parte il reddito da lavoro non tutela le persone e le famiglie dal disagio economico (dopo di ché, bisognerebbe entrare meglio nel tema, perché la classificazione statistica su chi è occupato dimostra che ci sono anche gli occupati puramente anagrafici, ossia con forme di occupazione assai limitate). Certamente è svanita la “cultura del lavoro” e si fanno strada fenomeni come il quite quitting o altre patologie che non aiutano il paese e le persone a crescere. La questione salariale non è affatto laterale (ma politicamente si è fermata negli anni Settanta) e il fenomeno dei working poor lo dimostra.

Il fisco non aiuta. Il rapporto parla di sistematica violazione della democrazia fiscale (sono sempre gli stessi a pagare le imposte e a sostenere quel che rimane dei beni e servizi pubblici a carattere universalistico) e di imposte di fatto regressive al vertice: il 7% dei contribuenti più ricchi versa in proporzione meno di quelli dei gruppi di reddito più bassi. Offrire premialità senza garantire progressività ed estendere la flat tax aiuta a raggiungere questo esito negativo, mentre la cosiddetta “agenda Tax the rich” da noi non esiste proprio. Eppure la lotta all’evasione e l’aumento della tassazione della ricchezza è la via maestra per garantire maggiore eguaglianza.

La disuguaglianza erode la democrazia, è come un acido corrosivo. L’Italia non è povera, però si sta progressivamente impoverendo (qui sì, si parla di progressività!). La povertà si coglie nelle periferie, nelle politiche edilizie (per il 20% più povero delle famiglie la quota di reddito destinata alla spese per l’abitazione è 5 volte superiore a quella del più ricco), nei livelli di istruzione e – ancora – nella politica che produce l’incattivimento dei linguaggi e del dibattito, che richiede anche soluzioni forti perché la situazione è esasperata. La precarizzazione economica produce vulnerabilità sociale la quale produce risentimenti e voto anti-sistema. La politica è disattenta dalle questioni sociali perché fanno più presa le questioni identitarie, divisive, capaci di infiammare l’elettorato.

Sulle politiche a contrasto della povertà bisognerebbe dedicare un articolo ad hoc. Ci si consenta solo l’affermazione che nel passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione si è smarrito il principio di universalismo selettivo reintroducendo la categorialità e riducendo la platea dei percettori. Il secondo strumento, ossia il Supporto per la formazione e il lavoro, non è un reddito minimo ma un’indennità temporanea e limitata: limitati anche i risultati in termini di beneficiari.

Concludiamo, e scusate se l’ho fatta lunga. Come avrete capito il rapporto ha il grande merito di esporre dei dati e di offrire una panoramica ampia dove i fattori in gioco sono finalmente collegati e dove si percepisce la necessità di una azione sistematica. Per esempio, il rapporto chiama in causa anche il funzionamento del Servizio sanitario nazionale e il sistema delle autonomie e della Pubblica amministrazione, a dimostrazione che la politica deve avere uno sguardo ampio per comprendere il quadro e, contemporaneamente, uno sguardo fine per intervenire sulle singole misure, sui singoli meccanismi in modo competente e integrato. Ma ci restituisce una certezza: se non ci si occupa della sostanza – ossia della condizione socio-economica dei nostri concittadini – poi si perde anche la forma, ossia la rappresentanza politica. Serve, come al solito, visione e concretezza.

Roberto Rossini

[11 febbraio 2026]

Immagine di jcomp su Freepik

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