Quando ho saputo che Leone XIV stava per pubblicare la sua prima enciclica dedicata all’intelligenza artificiale, mi sono chiesto cosa avrei trovato. La risposta, chiara già dalle prime pagine della Magnifica Humanitas, è che non si tratta innanzitutto di un documento tecnico sull’IA. È un’enciclica sulla Dottrina Sociale della Chiesa — la prima di Leone XIV — che applica al tempo digitale i suoi principi fondamentali: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale. Lo fa in esplicita continuità con Francesco: Laudato si’ e Laudate Deum sono i precedenti dichiarati. Il filo è lo stesso: quando il potere tecnico si separa dalla saggezza morale, diventa dominio — sull’umanità e sul creato. La Dottrina Sociale non è un prontuario di principi, ricorda Leone XIV: è «un cammino di discernimento comunitario», una «teologia della comunione nella storia». Applicata oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale, alle stesse domande che si pose Leone XIII davanti alla rivoluzione industriale: chi detiene il potere, chi ne subisce le conseguenze, chi rimane escluso.
Il 25 maggio scorso ho avuto il privilegio di poter assistere in prima persona nell’Aula del Sinodo, in Vaticano, alla presentazione dell’enciclica. Non è un dettaglio secondario che essa rechi la firma del Pontefice il 15 maggio — 135° anniversario esatto della Rerum Novarum di Leone XIII, il predecessore da cui ha scelto il nome — e che la presentazione sia avvenuta il giorno stesso della pubblicazione. Un segnale di continuità e di urgenza insieme. I relatori erano di altissimo livello, moderati dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin: il Cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede; il Cardinale Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; la professoressa Anna Rowlands della Durham University, tra le massime voci europee di teologia politica e Dottrina Sociale; la professoressa Leocadie Lushombo della Jesuit School of Theology di Santa Clara.
E poi un nome inatteso: Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, una delle principali aziende mondiali di intelligenza artificiale. Il suo è stato, a mio avviso, il contributo più coraggioso della giornata. Olah ha esordito ammettendo apertamente che ogni laboratorio di IA — Anthropic inclusa — opera dentro incentivi che possono confliggere con il fare la cosa giusta: pressioni commerciali, geopolitiche, e le più antiche pressioni dell’orgoglio e dell’ambizione. Per questo, ha detto, è enormemente importante che esistano persone al di fuori di quegli incentivi, disposte a dire cose difficili e a insistere sulla sicurezza. Ha poi indicato tre domande su cui ritiene la voce della Chiesa indispensabile: la distribuzione globale dei benefici dell’IA, oggi concentrati in poche nazioni ricche; la domanda su cosa significhi davvero fiorire come esseri umani in un mondo sempre più dominato dalle macchine; e il discernimento sulla natura stessa dei modelli di IA, nei quali il suo team di ricerca continua a trovare, ha detto, «cose misteriose, perfino inquietanti» — strutture che rispecchiano la neuroscienza umana, stati interni che assomigliano funzionalmente a gioia, paura, dolore. Ha concluso con una richiesta esplicita rivolta alla Chiesa e alla società civile: «Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegare». Ho curato personalmente la trascrizione e la traduzione italiana del suo intervento (vedi link in fondo all’articolo).
Leone XIV ha chiuso la mattinata con un discorso costruito attorno a tre verbi: ascoltare, disarmare, costruire. Disarmare l’intelligenza artificiale significa liberarla dalle logiche che la trasformano in strumento di dominazione ed esclusione. Costruire significa farlo insieme, «mattone dopo mattone», nella logica della corresponsabilità e della comunione — con l’immagine bella e concreta del profeta Neemia davanti alle mura di Gerusalemme, che riunisce le persone scoraggiate e le rimette al lavoro. L’orizzonte è la «civiltà dell’amore» — l’espressione cara a Paolo VI, con la forza che Giovanni Paolo II le aveva dato come direzione del cammino storico dell’umanità, ora rilanciata da Leone XIV non come utopia ma come impegno concreto: «Non è un sogno ingenuo. È una direzione. È il cammino che Gesù Cristo apre nella storia». Un documento che merita di essere letto — non solo dai cattolici.
Edoardo Andreoli
[27 maggio 2026]




