A molti sarà capitato, usando l’intelligenza artificiale, di provare quello che comunemente viene chiamato “effetto wow”. Parti con una domanda, magari per rafforzare un’idea o un’argomentazione, e ti ritrovi dentro una conversazione sorprendentemente fluida (un chatbot): la macchina non solo risponde, ma sembra anticipare ciò che stai per dire.
A ben vedere, l’effetto “wow” si regge su due elementi abbastanza semplici. Da un lato, l’IA tende a essere compiacente: raramente entra davvero in conflitto con l’utente. Dall’altro, produce risposte verosimili: non sempre vere, ma abbastanza credibili da convincerci. Compiacenza e credibilità: ecco i due meccanismi che stanno alla base dello stupore che proviamo nell’utilizzare un “chatbot”.
Ma forse la sorpresa non riguarda tanto la macchina quanto noi stessi. L’effetto “wow” spinge a porsi una domanda più scomoda che riguarda il nostro di funzionamento, più che quello della macchina. Come sta cambiando il nostro modo di conversare, di prendere la parola, forse anche di pensare?
Se spostiamo lo sguardo su ciò che accade in uno spazio come questo blog, la questione si fa ancora più interessante. Quando scriviamo qui, non stiamo solo mettendo in fila contenuti o opinioni. Stiamo anche compiendo un atto: decidere di prendere la parola, di rivolgerci a qualcuno, di provare a costruire un terreno comune di discussione.
Ed è proprio così che emerge la dimensione politica del linguaggio. Parlare non è solo trasmettere informazioni: è creare uno spazio, definire relazioni, stabilire posizioni. Ogni presa di parola non si limita a dire qualcosa, ma contribuisce a costruire un “noi”, seppur fragile o temporaneo. In altre parole, la parola non descrive soltanto la realtà, ma istituisce un campo, un campo di forze in cui veniamo presi come all’interno di una comunità che nasce lì e che prima di questo atto non c’era.
E allora il confronto con l’IA diventa ancora più rilevante. Perché il tipo di conversazione che avviene nel chatbot è profondamente diverso: è uno spazio che tende a confermarci, a restituirci un’immagine coerente e rassicurante di ciò che pensiamo. È una conversazione che riduce al minimo l’attrito.
Ma la politica, al contrario, nasce proprio dall’attrito. Dalla possibilità che qualcuno interpreti ciò che diciamo in modo imprevisto. Dal rischio di essere fraintesi. Dalla disponibilità a confrontarsi con ciò che non controlliamo.
E allora la domanda diventa inevitabile: dove andare a trovare oggi lo spazio per questo tipo di confronto? Dove possiamo ancora esporci allo sguardo, all’ascolto e alla parola degli altri, senza rifugiarci in ambienti che continuamente ci confermano?
La questione più urgente non è tecnologica, ma profondamente politica, perché rivela quel che vi è di politico in ogni forma di tecnologia. Quali forme di conversazione vogliamo coltivare? Vogliamo spazi che ci rassicurino o spazi che ci mettano in discussione? È qui che ne va dell’umanità (o meno) del nostro infinito intrattenimento.
Matteo Bonazzi
[25 maggio 2026]




