Per anni abbiamo raccontato le piattaforme digitali come strumenti di accesso all’informazione e come connessione tra le persone (social appunto). In realtà sono diventate molto di più: ambienti cognitivi, spazi nei quali non solo apprendiamo, ma pensiamo e sentiamo. Marshall McLuhan lo aveva intuito con largo anticipo: il medium è il messaggio. Oggi potremmo dire che il medium è diventato anche la mente.
Gli algoritmi non si limitano a selezionare ciò che vediamo: forgiano il nostro frame. Trattengono ciò che conferma, rendono invisibile ciò che disturba, scartano come rumore di fondo tutto ciò che introduce complessità, ambivalenza, contraddizione. La realtà – che è sempre stratificata, conflittuale, lenta – viene ridotta a flusso di contenuti brevi, emotivamente polarizzati, cognitivamente semplificati. Non perché sia più vera, ma perché è più compatibile.
Shoshana Zuboff ha chiamato tutto questo capitalismo della sorveglianza: un sistema che non si limita a prevedere i comportamenti, ma tende progressivamente a modellarli. L’estrazione dei dati diventa estrazione di attenzione, e l’attenzione diventa la nuova materia prima del potere dei pochi sui molti. In questo processo, ciò che non attiva immediatamente non viene discusso: viene semplicemente escluso dall’orizzonte del pensabile.
In questo contesto i populismi non “vincono” solo alle elezioni. Vincono prima, molto prima: vincono per colonizzazione cognitiva. Arrivano a destinazione perché parlano la lingua del frame dominante, perché rassicurano paure che la complessità inevitabilmente acuisce, perché offrono narrazioni chiuse in un mondo che non tollera più l’aperto. Non governano soltanto i corpi, ma gli immaginari.
Byung-Chul Han ha descritto bene questa condizione parlando di società della stanchezza: non più disciplinata dalla repressione, ma logorata dall’auto-sfruttamento, dall’iperstimolazione, dall’eccesso di informazioni convergenti. Il potere non si impone con la censura, ma con la saturazione. Non vieta il pensiero critico: lo rende irrilevante, troppo lento, troppo faticoso, fuori tempo massimo rispetto al flusso.
È qui che prende forma quella che potremmo chiamare una ipnocrazia permanente. Non il totalitarismo classico fondato sulla violenza e sulla sospensione del diritto, ma un totalitarismo a bassa intensità, che agisce per assuefazione, per immersione continua, per anestesia del giudizio. La coscienza non viene soppressa: viene distratta. Il confronto tra informazioni, la ricerca delle fonti, la sospensione del giudizio diventano pratiche eccentriche, quasi sospette.
Ciò che molti democratici non hanno compreso è che denunciare tutto questo usando esclusivamente le stesse piattaforme che producono il problema significa, nei fatti, aderire al frame che si vorrebbe criticare. Dire – legittimamente – “così non va” all’interno di ambienti progettati per derubricare la complessità del metodo democratico democratico equivale a rafforzare il pensiero unico che si contesta. Guy Debord lo aveva già scritto nella Società dello spettacolo: lo spettacolo ingloba anche la sua critica, purché resti spettacolo.
La questione, allora, non è solo comunicativa. È antropologica e politica insieme. E la risposta non può essere immediata, né puramente tecnologica. Ci vorrà tempo. Molto tempo. Per tornare a sperare in un modo più umano di abitare il mondo occorrerà ristabilire un contatto fisico con la realtà, investire di nuovo nelle relazioni tra le persone, nella lentezza del confronto, nella presenza dei corpi.
Occorrerà tornare a luoghi in cui il frame non è imposto da un algoritmo, ma negoziato tra esseri umani. Luoghi in cui il dissenso non viene scartato, ma attraversato. Dove la complessità non è un difetto, ma una risorsa.
È questo, in fondo, che chiamiamo città. Non solo uno spazio urbano, ma una forma di vita: il luogo in cui la democrazia smette di essere un flusso e torna a essere un’esperienza comune.
Stefano Salsi
[3 marzo 2026]


