Il dibattito sulle classi speciali riaperto da Roberto Vannacci — in sintonia con le posizioni della destra dell’AfD in Germania — evidenzia il principale limite della sinistra: un arroccamento ideologico che difende a oltranza le leggi storiche (517/77 e 104/92), ignorando le carenze reali della scuola. Difendere un’inclusione solo “sulla carta” si traduce spesso in un amaro isolamento per l’alunno e in un pesante sovraccarico per i docenti.
Se da un lato Vannacci intercetta una criticità concreta — la classe standard fatica a gestire le disabilità complesse —, la sua proposta di ripristinare le classi differenziate pre-1977 è un pericoloso passo indietro. Separare gli alunni impoverirebbe l’intero gruppo classe, privando i ragazzi normodotati dell’opportunità di confrontarsi con la diversità e di sviluppare un’empatia fondamentale per la crescita sociale. D’altra parte, il principio guida rimane quello espresso da Don Lorenzo Milani:
«Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.»
Trattare tutti allo stesso modo senza strumenti specifici non è uguaglianza, ma un’ingiustizia formale.
La soluzione è un Modello a Inclusione Flessibile (M.I.F.). La giornata scolastica si articola in due momenti integrati: per una parte del tempo lo studente lavora in aule speciali ad alta tecnologia. In questo spazio, la formazione polivalente del docente di sostegno viene potenziata dall’intelligenza artificiale, da display Braille e da software di sintesi vocale e LIS. Strumenti avanzati che permettono di superare la mancanza di un’ultraspecializzazione per le disabilità sensoriali come cecità o sordità.
Per l’altra parte della giornata, l’alunno torna nella classe comune per le attività con i compagni e i docenti curriculari. Questo approccio supera sia la discriminazione del passato sia la paralisi ideologica del presente, garantendo una didattica di precisione e una vera crescita umana condivisa.
Alda Cuomo
[15 ottobre 2026]




