In nome mio, più che di Dio

In molti, in questi giorni e su vari temi, si sono arrogati il diritto di schierare i cattolici a difesa di posizioni di parte su temi chiaramente divisivi come la cosiddetta riforma della giustizia e il relativo referendum del 22 e 23 marzo.
Parlare di “i cattolici” come di un soggetto unico significa immaginare un blocco disciplinato, omogeneo, quasi automatico.
Il nodo è ben sottolineato da Angelo Palmieri in un articolo su “Il Domani d’Italia” LINK: “Il nodo è più serio: il magistero sociale della Chiesa non nasce per certificare riforme o architetture tecniche dello Stato. È un lessico esigente di principi – dignità della persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà, partecipazione, legalità come argine all’arbitrio – che chiede una traduzione storica attraverso discernimento, competenza e mediazione. Proprio perché si muove sul terreno dei principi, non può essere invocato come timbro di garanzia su un testo giuridico controverso”.

Quando il politico o l’amministratore “salta” a piè pari la fatica della interpretazione e del successivo confronto, pretendendo senza dimostrazione (apoditticamente) la certificazione della correttezza della propria posizione, si impossessa di volta in volta del testo sacro o del magistero e “piega” la verità alle proprie necessità.
La pretesa del possesso della verità da parte dell’essere umano è molto lontana dall’idea di una verità che si manifesta e si svela, senza consentire di essere totalmente dominata dall’essere umano stesso. Tracotanza e superbia, però, a volte paiono contaminare anche persone che normalmente sembrano non volere assumere quegli atteggiamenti.
“E’ Dio che me lo chiede” è invece il messaggio diretto ed esplosivo di un Trump attorniato da pseudo capi religiosi (o forse imbonitori televisivi) che pregavano nello Studio Ovale imponendo le loro mani sul Presidente, invocando la “vittoria”…
E qui siamo ben oltre la “semplice” strumentalizzazione.

Paolo Pilotto

[6 marzo 2026]

Immagine di freepik

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