Questo nostro tempo è segnato da profonde trasformazioni in cui la democrazia è negata da autocrazie, populismi, tecnocrazie e sistemi illiberali nella profonda crisi del multilateralismo. Da questi sistemi di governo emerge ancor più la necessità di riaffermare i fondamentali della democrazia come sostanziali e imprescindibili riferimenti. Per la sopravvivenza della vita comunitarianellacrisi delle istituzioni; nella manipolazione digitale della sfera pubblica; in scenari di guerre, di conflitti in cui il diritto internazionale viene negato. Con la conseguente evidenza che ancora una volta la democrazia non può ritenersi una conquista consolidata o garantita. Piuttosto va costruita, tutelata e sostenuta ininterrottamente.
La “Carta della democrazia: il potere democratico dei senza potere” a cura di Gabriele Nissim – storico, scrittore, fondatore e presidente della Fondazione Gariwo – rappresenta un significativo riferimento sia sotto il profilo politico che etico. Invitandoci, altresì, a un necessario supplemento di riflessione. Perché la democrazia è modo di vivere. È ambiente in cui “stranieri morali possono diventare amici morali” secondo un tessuto di relazioni con azioni concrete fatte di inclusione, responsabilità, partecipazione, deliberazione. In questo senso, non è solo forma di governo in cui il potere è assegnato al popolo (o alla maggioranza dei cittadini) ma governo responsabile del popolo in un orizzonte condiviso che riguarda non solo il “che cosa”, ma il “come”.
Comunità e “amicizia civile”
Se la democrazia è ambiente di convivenza basata sull’amicizia civile, la comunità rappresentail collante. Senza una visione comunitaria – intesa come rappresentazione dei diritti fondamentali, delle responsabilità individuali e collettive, dell’equilibrio tra libertà e giustizia, della dignità ontologica di ogni essere umano, del bene comune – la democrazia rischia di ridursi a mero formalismo spogliato di significato. Fino a logorarsi, negata o ritenuta obsoleta.
Partendo dall’etimologia latina di comunità (cum munus, ovvero legame tra coloro che condividono uno stesso dono), il filosofo Roberto Mancini rileva che “il cum indica potenzialmente un insieme solidale, senza alcun vincolo a fondare la comunità sull’esclusione o sul sacrificio di qualcuno.” Ribadendo che “il cum preannuncia l’integrità inclusiva del legame comunitario, che viene spezzato ogni volta in cui si attuano discriminazioni o divisioni della comunanza intersoggettiva. E al tempo stesso il munus indica un dono ricevuto, condiviso.”
Su questi lineamenti possiamo fare una distinzione tra comunità particolare e universale. Ebbene, alla luce di questa nostra drammatica stagione politica sembra sempre più diffondersi il sentire “particolare” della comunità, in cui prevale “il primo vincolo di sangue, di luogo, di etnia o di fede religiosa.” A fronte della comunità universale in cui “il vincolo prioritario è l’appartenenza di specie, la condivisione della stessa dignità e delle altre caratteristiche dell’umano, al di là di ogni altra differenziazione.” Ecco che nella visione della comunità universale si delinea il ruolo e l’importanza per la democrazia dei senza potere.
Costruttori di un nuovo inizio
Emergono interrogativi ineludibili. Esiste ancora una possibilità perché sia riconosciuto il potere democratico dei senza potere? “Cosa può fare la persona comune per arrestare questa deriva che purtroppo non viene sufficientemente compresa e ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?”
La risposta che ci offre la “Carta della democrazia”, come rileva Gabriele Nissim, riapre orizzonti di speranza. “Può sembrare che tutto dipenda dai governanti ma invece ognuno di noi, nella sua quotidianità, ha come in altre occasioni storiche la possibilità non solo di fare da argine alla violenza delle parole e delle altre contrapposizioni frontali, ma di diventare costruttore di un nuovo inizio. È il potere democratico dei senza potere che vorremmo proporre dai Giardini dei Giusti alla società intera, dove il cittadino con i suoi comportamenti virtuosi può rivitalizzare le istituzioni politiche e creare nella società una empatia per chi in Paesi dittatoriali rischia la vita per i diritti e la democrazia.”
I senza potere – coloro che sono relegati ai margini delle istituzioni, della visibilità mediatica o della rappresentanza politica – sono un’anomalia del sistema ma ancor più rappresentano il suo termometro etico. La loro presenza interroga la coscienza collettiva e misura il rapporto o la distanza tra i principi democratici e la loro effettiva realizzazione.
Certo, con l’ascesa prepotente di divaricazioni sociali e politiche in cui il prevalere di poteri autocratici ne accentuano la deriva, i senza potere rappresentano sì il punto più vulnerabile ma sono soprattutto rilevatori dello stato di salute della democrazia. Incarnano l’altra faccia della cittadinanza: quella che non trova spazio nel discorso pubblico, che sembra non disporre di strumenti per incidere, che spesso non viene ascoltata. O manipolata secondo le nuove forme di populismo algoritmico.
Proprio da questa condizione può originare una forma di forza etica che può rigenerare la democrazia stessa anche in contesti di oppressione o indifferenza. Essere senza potere non significa essere senza voce. Significa che per quanto la voce non sia rappresentata nei canali tradizionali, continua a esistere e ad essere coltivata nei luoghi della quotidianità, nei gesti della resilienza silenziosa, nelle testimonianze indefettibili dei Giusti che “né santi né eroi rispondono all’ingiustizia assumendosi una responsabilità”. Questa dimensione apparentemente invisibile del diritto di esistere, di testimoniare, di dialogare ed essere ascoltati, di rifiutare l’ingiustizia rappresenta una forza etica ineludibile.
Perché una democrazia che non ascolta i senza potere smarrisce la propria anima, rinuncia al dialogo con chi concretamente sperimenta i limiti imposti alla libertà e all’uguaglianza. E si avvia nei tragici abissi che la storia ci insegna.
Oggi i senza potere hanno volti diversi: migranti, precari, minoranze culturali, giovani esclusi dai processi decisionali, persone emarginate. “Periferie esistenziali”, come ci ricordava Papa Francesco. La loro invisibilità non deriva solo dall’assenza di mezzi economici, dall’appartenenza a popolazioni emarginate, dall’essere considerati minoranze ma soprattutto dall’indifferenza culturale di società che assegnano valore assoluto all’individualismo. Restituire visibilità ai c.d. senza potere non è in capo a una politica benevolente o una sorta di concessione ma deve essere un atto politico consapevole e voluto: significa riconoscere che la democrazia non può essere pienamente realizzata finché parte della popolazione resta ai margini della parola pubblica.
La democrazia vive nella capacità di creare spazi di ascolto autentico e di deliberazioni inclusive; nel trasformare le solitudini in partecipazione, rigenerando fiducia nelle istituzioni, facendo rinascere la politica come luogo di incontro e non come dominio di singoli o di pochi.
Allora, in sintesi, quale ruolo dei senza potere? Sostanzialmente, possiamo dire, che non è quello di essere confinati ai terminali della solidarietà ma di poter essere protagonisti della rigenerazione democratica. La loro presenza richiama la società a un’etica della responsabilità, in cui la dignità di ciascuno diventa il fondamento del bene comune. In questo senso, i senza potere non sono il problema della democrazia, ma la sua possibilità più pura. Rappresentano la memoria viva del principio di uguaglianza e la promessa, sempre incompiuta ma necessaria, di una comunità che riconosce ognuno.
È questa la sfida del nostro tempo: trasformare la invisibilità politica dei c.d. senza potere in presenza, l’impotenza in dialogo, l’esclusione in partecipazione. Solo allora la democrazia torna a essere la casa comune: un mondo da ricostruire insieme e non un futuro da subire, una promessa condivisa, un impegno partecipato.
Lucio Romano
[7 gennaio 2025]
* Estratto da: Lucio Romano, L’amicizia civile dei senza potere: coscienza viva della democrazia. Gariwo.net, 24.10.2025




