Per un pacifismo giuridico: più Omero, meno Machiavelli

Dal Venezuela fino a ritroso all’Ucraina, a seguire la Groenlandia e l’Iran e in un futuro, sempre meno distante, Taiwan, l’ordine pubblico internazionale si incammina velocemente, trainato dal vettore del caos, alla ricerca di un nuovo equilibrio gestito dalle tre grandi potenze del pianeta, Usa, Cina e Russia, così elencate, nell’ordine di un ipotetico e terrifico podio della Forza.

La profezia della terza guerra mondiale a pezzi di papa Francesco appare ormai avanzare verso l’orlo dell’abisso, scandendo il tempo del mondo.

La rottura del diritto internazionale, garante del patto di Yalta, è il frutto avvelenato di questa rinnovata volontà di potenza degli Stati egemoni, con conseguente regressione dell’umanità allo “stato di natura”, foriero di quella guerra di tutti contro tutti che aveva trovato una via di uscita, in occidente e non solo, dalla porta stretta della salvezza di una società civilizzata, sorretta dal diffondersi dei tre principi di pacifica convivenza, quali la democrazia in politica, lo Stato di diritto nei rapporti giuridici, il libero mercato in economia.

Se l’esegesi etica e storica di questo “mutamento d’epoca” porta alla deriva l’uomo morale, va da sé che su altri piani vada condotta la progettualità di pensare nuovi scenari come rimedi alla dissolvenza nichilistica dei principi enunciati, in quanto “nonostante il quadro drammatico che abbiamo di fronte ai nostri occhi, la pace rimane un bene arduo ma possibile. Essa, come ricorda Agostino, «è il fine del nostro bene», poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena”. (Discorso di Papa Leone XIV al Corpo diplomatico presso la Santa Sede del 9 gennaio 2026).

L’idea del pacifismo giuridico nasce proprio da qui, dalla crisi del rapporto tra guerra e diritto, ovvero non più la guerra quale fonte del diritto (il bellum iustum), generativa di un ordine nuovo internazionale, bensì il diritto come antitesi alla guerra (cedant arma togae).

Secondo Norberto Bobbio, il principale fautore della tesi, “dove avanza il regno del diritto, cessa lo stato di guerra: anzi la vittoria del diritto consiste nella graduale eliminazione dei rapporti di forza sregolata in cui consiste la guerra: e dunque a sua volta il diritto è l’antitesi della guerra” (cfr. in Guerra e diritto, par.7; così anche H. Kelsen ne Il problema della sovranità).

Il discorso recupera, secondo l’ottica del giusnaturalismo moderno, il fine classico del diritto, che è quello di garantire la pace sociale, kantianamente intesa come espressione dell’uomo razionale, ispirato dalla massima della cooperazione necessaria tra Stati, individui e collettività, uniti dal fine ultimo della civile convivenza.

Si propongono, al riguardo, diversi modelli, quali l’hobbesiano ricorso ai trattati istitutivi di organizzazioni internazionali (pactum pacis), la lega della pace del Kant de “Per la pace perpetua” mediante la costituzione di Stati federali sempre più estesi (fedus pacificum), in sostanza la creazione di uno stato di diritto internazionale – questo sì rivoluzionario – pensato lungo la dinamica del passaggio da patti associativi tra le nazioni (pactum associationis, come l’Onu, il Wto, la Corte internazionale penale, oppure creati transitori quali il Board of Peace per Gaza o la Coalizione dei volenterosi per l’Ucraina) a patti sociali, istitutivi di Stati federali (pactum societatis, come il percorso intrapreso dall’Unione europea). Rileva al riguardo il lucido discorso del premier canadese M. Carney, tenuto di recente a Davos, che sollecita le medie potenze a integrare i loro sistemi politico, economico e commerciale, preludio alla costituzione di una sovranità unica di contrasto alle grandi potenze.

Coincide con il quadro esposto, l’analisi di Mario Draghi, in occasione della laurea honoris causa ricevuta a Leuven, in Belgio il 2 febbraio 2026, laddove si auspica che “Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”.

Il giudizio del cinico è certamente dietro l’angolo: il principio fondativo del pacifismo giuridico, pacta sunt servanda, si reggerebbe, in sostanza, sulla volontà degli Stati contraenti e sarebbe, quindi, secondo logica, provvisorio ed instabile: splende per tramontare.

Per il cristiano, tuttavia, la storia non è un cerchio che avanza, ruotando su sé stesso, ma una linea in divenire verso l’armonia dei rapporti, la fraternità delle relazioni, la civiltà dell’amore1.

Il bivio impone, allora, la scelta etica.

In Machiavelli, il “fine giustifica i mezzi” esalta l’indiscriminato uso del potere, “onde è da notare che nel pigliare uno stato debbe l’occupatore di esso discorrere tutte quelle offese che gli è necessario fare” (Il Principe, cap VIII).

Nell’Iliade, come dalla lettura data di S. Weil (L’Iliade, poema della forza, p.18), la forza è un gioco a somma zero, perché “coloro a cui la forza è prestata dal destino, periscono per troppa sicurezza”, per mancanza del limite, per ὕβρις, per un “destino, di rigore geometrico, che punisce automaticamente l’abuso della forza”.

L’opzione, quindi, è data: più Omero e meno Machiavelli, perché la giustizia ed il diritto possono essere pensati in maniera differente: come incontro, persino tra nemici, più che come scontro in cui qualcuno è legittimato a prevalere su qualcun altro.

Passa di qui, dunque, il salto necessitato alla ricerca della pace disarmata e disarmante dell’attuale Pontefice nell’ossimoro della Dottrina sociale della Chiesa per la quale, come disse Paolo VI nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 1976, (ricordato, altresì, da Benedetto XVI, nel Discorso sulla pace, tenuto il 1° gennaio 2011): “Occorre innanzi tutto dare alla Pace altre armi, che non quelle destinate ad uccidere e a sterminare l’umanità. Occorrono sopra tutto le armi morali, che danno forza e prestigio al diritto internazionale; quelle, per prime, dell’osservanza dei patti”.

Il bisogno diffuso, perciò, di ricordare quanto di positivo è nello spirito degli esseri umani e nelle nostre società diviene il compito da svolgere, ciascuno nel proprio ambito, nei tempi drammatici che l’umanità sta vivendo.

Si dirà che il discorso sulla pace e sul diritto ora esposto è un’utopia, l’ennesima ed inconcludente, ma è pur vero che le utopie una volta perseguite hanno portato all’umanità grandi progressi: l’abolizione della schiavitù, il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna, i diritti dei lavoratori erano progetti impossibili da realizzare quando vennero concepiti. Come scriveva S. Freud ad A. Einstein (Perché la guerra? Carteggio Albert Einstein – Sigmund Freud del 1932) Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo, possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra”.

Gli operatori di pace, dunque, possono trovare nel diritto una regola della forza, un limite necessario all’arbitrio, che si esprime non attraverso lo ius belli, le minacce di guerra, le invasioni e gli sterminii, ma attraverso la cultura giuridica della responsabilità, ponte naturale verso una politica del rispetto e dell’attenzione, in sostanza, della fiducia nella vita.

Fabrizio Urbani Neri

[2 febbraio 2026]

Immagine di travel-photography su Freepik

1 “Facciamo immediatamente una domanda a noi stessi: se questo fosse il nostro destino di professarci «medici» di quella civiltà che andiamo sognando, la civiltà dell’amore?)” (Paolo VI, udienza generale, 31 dicembre 1975).

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