Una nuova stagione

I discorsi svolti alla Conferenza di Monaco dal vicepresidente statunitense JD Vance nel 2025 e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz nel 2026 hanno illustrato con grande chiarezza l’evoluzione in atto nelle relazioni transatlantiche e si sono dunque rivelati di grande interesse e utilità.

Una nuova stagione si è aperta e le modalità attraverso le quali si svilupperà saranno in buona misura determinate dalle scelte che l’Europa vorrà privilegiare, e dalle conseguenti decisioni che saprà assumere.

Gli Stati Uniti hanno per parte loro posto le carte in tavola. Sono elencate dettagliatamente nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicato lo scorso novembre che il loro vicepresidente aveva, di fatto, anticipato proprio a Monaco un anno fa.

L’ostilità esplicitata nei confronti dell’Unione Europea, l’ostentata preferenza per le forze nazionaliste del Vecchio Continente, l’acredine rivelata dall’accusa a tutti gli europei di essere dei parassiti, la sottostante invidia per un sistema sociale migliore del loro e per questo da indebolire, la radicale opposizione a quella certa idea di società liberale e solidarista cresciuta in Europa grazie al pensiero democratico cristiano e socialdemocratico: tutto ciò, e molto altro (dal contrasto alle politiche di tutela dell’ambiente e di protezione dei migranti all’ostilità nei confronti di ogni regolamentazione dell’attività altrimenti predatoria delle multinazionali in materia di concorrenza e di diritti basilari) segna una profonda frattura che non sarà facile ricomporre, in quanto colpisce i “fondamentali” del modo concreto nel quale si interpreta un comune afflato democratico.

Questa alternatività, elaborata negli anni dai think tank del movimento MAGA, che può essere espressa in modo rude da JD Vance, arrogante e offensivo da Donald Trump, soffice e apparentemente rispettoso da Marco Rubio, è la cifra attuale del nostro, di noi europei, rapporto con l’America. Un futuro cambio di orientamento politico alla Casa Bianca, auspicabile ma tutt’altro che certo, potrà sicuramente porre le basi per un riavvicinamento fra le due sponde dell’Atlantico, ma difficilmente colmerà per intero una distanza culturale rivelatasi più grande di quanto mai immaginato o intuito neppure da quelli di noi che, pur amici e riconoscenti nei confronti dell’America per il suo indimenticabile aiuto nella guerra contro la barbarie nazista, ne hanno sempre colto l’eccesso di liberismo capitalista.

Ecco perché il discorso del Cancelliere è di grande valore e conseguente importanza. La chiarezza e l’orgoglio europeista non gli hanno fatto difetto quando ha sentenziato “la cultura MAGA non è la nostra”, ponendo così un confine ideologico netto fra la filosofia politica dell’attuale Amministrazione americana e i valori profondi della costruzione europea. La quale ultima rimane ancorata ai princìpi democratici, alla convinta tutela dei diritti e dei doveri degli esseri umani, all’inviolabilità dello stato di diritto.

Quella di Merz è un’affermazione ancor più significativa in quanto fatta da un democratico cristiano appartenente all’ala più conservatrice della CDU, il partito che in Germania è il principale baluardo alla inquietante avanzata dell’estrema destra, così spudoratamente sostenuta proprio dagli americani oggi al potere a Washington.

L’ordine internazionale così come lo abbiamo conosciuto “non esiste più”, ha riconosciuto Merz e Rubio lo ha confermato accennando all’avvio di una “nuova era della geopolitica”. Il primo ha però ricordato al secondo che “nell’attuale rivalità tra potenze neanche l’America può fare da sola”: una verità che pare sfuggire allo strafottente Presidente degli Stati Uniti. E che invece apre alla necessità di costruire un nuovo rapporto bilaterale nel quale l’Europa assuma contezza di poter divenire la principale (e anche qualcosa di più) di quelle “potenze intermedie” evocate a Davos dal grande discorso del premier canadese Mark Carney.

Ora, all’interno di questa prospettiva che intende assicurare dignità culturale, valoriale, politica alla comunità umana europea deve muoversi anche la Presidente del Consiglio italiana. Assai abile, sin qui, a destreggiarsi fra un atlantismo filoamericano, accentuato dalla vicinanza ideologica alla Destra radicale arrivata al potere negli Stati Uniti, e un blando europeismo, peraltro combattuto sino al suo approdo a Palazzo Chigi e da quel momento adottato tatticamente e con cautela, oscillante fra il sostegno all’Ucraina aggredita dall’Orso russo e il perdurante collegamento con le formazioni nazionaliste che nei diversi paesi europei propendono, in modo più o meno esplicito, per una giustificazione delle posizioni putiniane.

Col procedere del tempo e degli avvenimenti, però, questo complicato equilibrismo comincia a mostrare in chiaro i suoi limiti, le sue contraddizioni interne. E Meloni è così costretta a esporsi, a mettersi al vento. Per non dispiacere a Trump, per continuare a mantenere con lui un buon rapporto con il vendicativo inquilino della Casa Bianca ha dovuto immediatamente prendere le distanze dalle severe parole del Cancelliere tedesco, col quale pure solo poco prima aveva siglato un “Piano d’azione italo-tedesco” e aveva condiviso una posizione ancora ostile ad ogni nuova ipotesi di emissione di debito comune europeo. E, soprattutto, si è dovuta inventare una fantasiosa partecipazione italiana in qualità di “osservatrice” all’increscioso “Board of Peace” per Gaza: osceno nella sua declinazione immobiliarista sulla terra che ha visto il massacro di migliaia di persone e la distruzione delle minime condizioni di vita dignitosa per una intera popolazione; e inaccettabile in quanto alternativa dichiarata alle Nazioni Unite, composto per lo più da un numero esiguo di nazioni per la maggior parte governate da regimi dittatoriali o comunque autocratici.

Ecco, Giorgia Meloni va contestata – duramente – su questo punto.

E siccome l’importanza delle questioni internazionali, finalmente, comincia a venir percepita anche dalla più vasta opinione pubblica, cioè dalla gente comune, è sul terreno europeista che bisogna insistere.

Ma per farlo, per far esplodere le contraddizioni clamorose esistenti nella maggioranza fra l’antieuropeismo putiniano della Lega e l’europeismo mai negato di Forza Italia alleata della CDU di Merz occorre avere un profilo politico coerente con il disegno europeista emerso a Monaco.

È per questo che l’alleanza del PD con il Movimento 5 Stelle non funziona: una sommatoria aritmetica non produce una politica, bensì solo un’illusione sondaggistica. Su questi temi internazionali il voto dei pentastellati nel Parlamento di Strasburgo e anche nel nostro a Roma è sistematicamente orientato in direzione contraria a quella fortemente europeista del Partito Democratico.

Vi sono momenti nella Storia nei quali non valgono – e non pagano – i tatticismi, le furbizie, le visioni di corto periodo, perché le scelte che i popoli sono chiamati a fare sono dirimenti: politicamente e, ancor più, culturalmente. Come fu, per citarne una sola, la scelta atlantica di Alcide De Gasperi.

Ora l’opzione decisiva è per un nuovo atlantismo, nel quale l’Europa si assuma nuove e rilevanti responsabilità, senza più alcuna sudditanza verso Washington. Per l’oggi e per il domani. Una visione del futuro contro il tatticismo meloniano del presente.

Questa è la cifra dell’oggi, questo è il momento della Storia nel quale si deve scegliere, a costo di rischiare. Sarebbe bene che, anche nel PD, di questo si discutesse. Senza ambiguità e con il coraggio che serve.

Enrico Farinone

[19 febbraio 2026]

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