C’è un punto in cui le cifre cessano di essere statistiche e diventano volti. Ventiquattromila morti premature in un’estate non sono un indicatore: sono persone. Famiglie. Comunità spezzate. I 45 miliardi di danni annui non sono una variabile macroeconomica: sono scuole allagate, raccolti perduti, case evacuate. Il nuovo rapporto del Comitato scientifico consultivo europeo sui cambiamenti climatici ci consegna una verità scomoda: l’Europa non sta facendo abbastanza. E non farlo significa tradire la propria ragion d’essere.
La questione climatica non è anzitutto ambientale, ma antropologica e politica. La persona non esiste senza relazioni, e le relazioni non vivono senza un ambiente che le renda possibili. La casa comune non è una metafora suggestiva: è la condizione concreta della dignità umana. Quando l’Europa si riscalda a una velocità doppia rispetto alla media globale, non è solo il termometro a salire: è la fragilità delle nostre interdipendenze.
Per questo l’adattamento non può restare la “cenerentola” delle politiche climatiche. Proteggere infrastrutture, sistemi sanitari, agricoltura, territori costieri significa proteggere la trama della convivenza. Non si tratta di scegliere tra crescita e clima, ma di comprendere che non esiste crescita contro la vita. La sicurezza civile evocata dagli esperti non è un lessico emergenziale: è il linguaggio minimo della responsabilità pubblica.
Il rapporto indica con lucidità che ridurre le emissioni non basta più. Occorre rimuovere la CO₂ già accumulata. Ma qui si gioca un passaggio etico decisivo. Stabilire obiettivi separati per emissioni e assorbimenti non è tecnicismo: è giustizia. Non si può compensare ciò che non si è seriamente tentato di evitare. La rimozione non deve diventare l’alibi dell’inerzia, ma il complemento di una conversione produttiva e culturale.
C’è poi il suolo, grande dimenticato del dibattito pubblico. Il declino del pozzo di carbonio europeo racconta un impoverimento più profondo: quello del legame tra economia e territorio. Incentivare chi custodisce foreste e terreni agricoli non è assistenzialismo, è riconoscimento di una funzione sociale. Pagare per assorbire carbonio significa attribuire valore alla cura. In una visione comunitaria, la terra non è una merce qualsiasi: è bene comune generativo.
Anche l’integrazione delle rimozioni permanenti nel mercato europeo delle emissioni va letta con questa lente. Il mercato può essere strumento, non fine. Se governato con criteri rigorosi e con una responsabilità estesa degli emettitori, può orientare capitali verso l’innovazione pulita. Ma senza vigilanza pubblica rischia di trasformare l’emergenza in opportunità speculativa. La politica non può abdicare al suo compito di regia.
Proteggere l’Europa, oggi, significa proteggere la persona nelle sue relazioni vitali: lavoro, salute, territorio, futuro. Il Green Deal non è un’agenda identitaria, ma un banco di prova della maturità democratica europea. O sapremo tradurre i dati in decisioni coraggiose, oppure consegneremo alle prossime generazioni non solo un clima più instabile, ma un’idea più fragile di comunità.
Stefano Salsi




