Ieri non è stata solo una domenica elettorale in Ungheria, è stata una vera rivoluzione civile. Dopo sedici anni, il sistema di Viktor Orbán è crollato sotto una spinta popolare senza precedenti, con un’affluenza che ha sfiorato l’80%.
𝗨𝗻𝗼 𝘀𝗰𝗮𝗰𝗰𝗼 𝗮𝗹 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮.
Quello che è stato sconfitto ieri è il “sovranismo” nella sua forma più pura. Per anni, l’Ungheria è stata il laboratorio di questo modello: un nazionalismo esasperato che vede l’Unione Europea solo come un “bancomat” e non come una comunità di valori, preferendo amicizie pericolose con Mosca e Pechino, fino al trumpismo. Questo sovranismo si è nutrito della retorica dell’“assedio permanente” e del nemico esterno , ma i fatti dicono che ha prodotto solo isolamento e impoverimento economico. Nemmeno la “coorte” dei leader alleati – da Trump (rappresentato dal suo vice Vance) fino a Meloni e Salvini, accorsi in soccorso di Orban, evidentemente sentendolo sodale – è riuscita a fermare questa rivoluzione civile, che cade proprio nell’anniversario di un’altra rivoluzione ungherese, repressa nel sangue, segnando la storia europea, nel 1956. Allora, non riuscendoci per l’intervento militare russo, come oggi, riuscendoci grazia alla “buona battaglia democratica”, l’aspirazione ungherese è non essere il “cavallo di Troia” di potenze straniere (ieri l’URSS, oggi la Russia di Putin) ma parte della comunità di valori europea.
𝗨𝗻𝗮 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗴𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗲 𝗲𝗱 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗶𝘀𝘁𝗮.
Le immagini di ieri raccontano un’altra storia: piazze piene di giovani che hanno scelto di non arrendersi alla paura. Vedere la bandiera ungherese sventolare accanto a quella stellata dell’Europa è il segno di un afflato europeista ritrovato. Gli ungheresi hanno capito che il loro futuro non è nella “periferia” autoritaria, ma nel cuore di un’Europa democratica. È una vittoria della libertà contro la cosiddetta “democrazia illiberale” teorizzata e pratica da Orban che per anni ha limitato media e magistratura. Ho ascoltato le interviste di questi giovani ungheresi in piazza, festanti, con le bandire dell’Europa e dell’Ungheria: la loro parola più ricorrente è “speranza”.
𝗨𝗻 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗶 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗼.
Questa vittoria è fondamentale, ma è solo l’inizio. Lo è per l’Ungheria, perché smantellare una “democrazia illiberale” richiede tempo e riforme profonde per ripristinare i contrappesi democratici. Ma lo è soprattutto per l’Europa. Per anni, Orbán è stato l’alibi perfetto dietro cui l’UE ha nascosto le proprie inefficienze e la propria lentezza decisionale. Per i suo “tradimenti”. Da domani, Bruxelles non avrà più la “spina nel fianco” che bloccava scelte fondamentali, come gli aiuti all’Ucraina o le sanzioni, ma non avrà nemmeno più scuse per non avanzare. Questa inversione di tendenza deve diventare il motore per avviare finalmente un processo virtuoso di integrazione, imparando dagli errori del passato, a partire dal non permettere più che i fondi comuni finanzino chi lavora contro la democrazia.
Da ieri l’Ungheria respira. E con lei, respira tutta l’Europa.
L’Ungheria è tornata. Ora tocca all’Europa dimostrare di essere all’altezza di questa nuova libertà.
Paolo Negro
[13 aprile 2026]




