Non è solo il 25 aprile. La festa nazionale di tutti gli italiani (tranne che di quelli che in spregio alla nostra Costituzione inneggiano al fascismo e al fu Duce) ridotta ormai da tempo a occasione di scontro voluto da frange minoritarie, ma sufficientemente corpose per rovinare il clima nel quale si svolgono le principali manifestazioni popolari celebrative della stessa.
È un generale e continuo spregio nei confronti dell’avversario politico, trasformato in nemico assoluto, quello che ha ripreso a circolare da tempo, alimentato dai social media, probabili primari responsabili del suo propagarsi negli ultimi vent’anni dopo la relativa pausa intervenuta a valle dei drammatici eccessi degli anni Settanta e dei primi Ottanta dello scorso secolo.
La stringente logica binaria dei social (1-0, amico-non amico), governata da algoritmi progettati per creare dipendenza e gruppi sempre più affini e ristretti, targetizzati, ai quali proporre offerte commerciali sempre più mirate e dunque sempre più coinvolgenti, produce le famose “bolle” all’interno delle quali ci si rinforza nei propri convincimenti assolutistici e indiscutibili: col che si immagina che tutte le ragioni stiano da una parte sola – la propria – e ogni torto, ogni colpa stia al di fuori di quella bolla. Un processo che fatalmente conduce alla radicalizzazione, al rifiuto del dialogo, alla delegittimazione dell’altro, vissuto come indegno di rispetto, meritevole anzi di disprezzo se non addirittura, nei casi più gravi, di odio.
Questo fenomeno, sempre più diffuso ma forse ancora dominabile se solo lo si volesse contrastare invece che assecondare come invece colpevolmente fa una larga parte della politica e della stampa (soprattutto quella televisiva) produce totale disistima per ogni possibilità di mediazione, termine ormai in disuso e sostituito con “compromesso”, che reca in sé un sottinteso negativo intriso di sensazioni disturbanti quali falsità, viscidità, debolezza di pensiero, incapacità di azione per l’affermazione dei propri valori e delle proprie idee.
Si preferisce così il monologo al dialogo, la comunicazione unidirezionale attraverso i “post” e le “stories” sui social all’incontro pubblico, la permanenza nella propria comfort zone politica e culturale alla stimolazione e alla sfida che al contrario solo il confronto valoriale e tematico con chi ha idee diverse sa offrire a chi ad esso si predispone con apertura mentale e disponibilità intellettuale.
Purtroppo la politica da tempo ormai, caduta in qualità e spessore, ha introiettato questo canone manicheo e semplificatorio della complessità dei problemi che essa dovrebbe affrontare e, se possibile, risolvere. La polarizzazione divisiva e eternamente conflittuale è stata assecondata invece che contrastata attraverso l’adozione di un paradigma diverso, alternativo. Il bipolarismo prima evocato come salvifico e poi attuato con i risultati incerti che stiamo vedendo ha molte responsabilità in tal senso.
E infatti gli attuali attori che frequentano il palcoscenico della politica – salvo apprezzabili e lodevoli eccezioni – interpretano ormai sempre lo stesso usurato copione (ridotto a patetico sketch di scarsa qualità e attrattività nelle penose dichiarazioni sempre uguali nella loro ripetitività che siamo costretti ad ascoltare nei tg) per il quale la maggioranza di governo esalta oltremodo i risultati ottenuti per “famiglie e imprese” mentre la minoranza all’opposizione denuncia con toni millenaristi il nulla fatto, ovviamente, per “famiglie e imprese”.
Un film che però sta stufando. Un sondaggio di qualche tempo fa condotto da Only Numbers rilevava che il 65% degli italiani (il 75% fra gli over 65) ritiene il linguaggio della politica molto più “aggressivo” di una volta. Una valutazione negativa che implicitamente auspica un cambio di modalità e di attitudine nel dibattito politico.
Allora in un contesto tanto deludente e, a questo punto, anche un po’ preoccupante una cultura politica come quella cattolico-democratica potrebbe (anzi, deve) intervenire attivamente per proporre con nettezza il ritorno ad una volontà e capacità di confronto, elemento essenziale di quella “buona politica” della quale si avverte sempre più la necessità.
I meno giovani fra noi ricorderanno la scelta morotea della “politica del confronto” poi divenuta emblema dell’Area Zac col congresso che 50 anni fa elesse Benigno Zaccagnini alla segreteria della DC. Il confronto esige la fatica dell’argomentare, che a sua volta richiede la forza della competenza, la ricchezza della conoscenza, la fiducia nel dialogo fra le intelligenze. E con esse l’orgoglio per affermare a testa alta i propri valori, le proprie idee. Senza cedimenti e senza timidezze ma con la consapevolezza che il bene comune non può risiedere nella perenne demonizzazione dell’avversario politico ridotto a nemico da odiare.
Enrico Farinone
[4 maggio 2026]




