Ricordando l’uomo delle grandi visioni

Sono trascorsi quasi cinquant’anni da quel 9 maggio in cui, in via Caetani, fu rinvenuto il corpo senza vita di Aldo Moro. Da quel giorno molto è cambiato: la società è diventata liquida e spesso refrattaria al dibattito politico. I partiti storici, capaci di suscitare partecipazione di massa, non esistono più. Cosa resta, dunque, del suo pensiero? Tradurre Moro, oggi, significa far risuonare il suo credo politico nel nostro presente. Il suo discorso si rilancia attraverso le parole degli altri: parole che vanno custodite nella riflessione e coltivate nel pensiero, perché esse raccontano l’umanità che viene. Sono parole in transito che costruiscono relazioni inclusive e richiamano campi sconfinati di partecipazione democratica. Moro viveva il proprio tempo ma ne intravedeva già un altro; sapeva guardare avanti, disegnando prospettive e percorsi. Il suo agire era rivolto al futuro: intuiva lo spirito del tempo e per lui la politica era, prima di tutto, visione. Coglieva un’onda che attraversa in profondità il corpo della storia — come un fiume carsico — volgendola sempre verso un oltre. Traccia di questo oltre erano, per lui, i giovani: un’energia potente e liberante. In loro vedeva incarnarsi l’annuncio di quei “grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”. Un pensiero che lascia tracce che sta a noi interpretare e rilanciare. Per questo il suo discorso resta aperto: perché continua a iscriversi nel dire delle nostre parole. Qual è l’insegnamento che ci lascia? Moro aveva una concezione cristiana della storia, nel groviglio quotidiano intuiva un percorso, un filo, una strada che avrebbe portato l’umanità ad avanzare nella convivenza democratica. La sua fede era fatta di mediazione e di ascolto, ma soprattutto di scelte. A distanza di anni tutto sembra incredibilmente simile a ieri: la crisi del lavoro, dei partiti, della partecipazione. Al contempo, però, tutto è radicalmente diverso: manca lo spessore culturale della classe politica di un tempo e quella passione dei militanti che si traduceva in un cammino comune di ricerca e condivisione. Per Moro l’uomo vive la logica dell’incarnazione: si proietta oltre se stesso, si trascende per ritrovarsi. Questo concetto ha serie conseguenze pratiche: siamo tutti chiamati a un nuovo impegno per ridare fiducia alla politica. Ogni nostro gesto ricade sull’altro; ogni azione rientra nello spazio altrui. Per questo la politica ha sempre a che fare con la morale, intesa come attenzione e riconoscimento dell’altro. L’esistenza di Moro è stata dedicata alla costruzione di questo ideale: un impegno totalizzante volto alla liberazione dell’umano. Oggi questo impegno deve abbracciare la coscienza ambientale e un rinnovato senso sociale. Una politica degna di questa sfida deve saper riconoscere le nuove libertà e le nuove fragilità: il lavoro precario, lo sfruttamento, le nuove povertà. Umanizzare significa raccogliere, andare incontro all’altro, dargli voce e dignità. Il compito della politica è una costruzione perenne di riflessione e azione. Essa deve esercitare una vigilanza continua sulle nuove domande sociali, cercando di governare l’economia globale senza paura. Solo così potrà rioccupare il centro della scena sociale e culturale. Moro era l’uomo delle grandi visioni. Concepiva la politica come lo strumento per avviare il cambiamento; pur consapevole della crisi delle istituzioni. Ci ha insegnato che la politica può aprire spazi dove l’umanità trova nuove forme di espressione, riscoprendo la verità dell’umano che ha il volto del noi. Credere ancora nell’umanità significa, per chi vive l’impegno politico, costruire luoghi di relazione dove sia ancora possibile l’incontro. In conclusione, ritornare alla politica significa vivere l’irripetibile avventura di un incontro pieno di senso: un prendersi cura che rende l’esistenza «intensamente umana». La politica è l’azione che crede in questo sogno. E Moro, con la sua testimonianza, continua a ricordarcelo.

Sandro De Bonis

[9 maggio 2026]

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