Avevo appena diciannove anni quando sono stato eletto per la prima volta consigliere comunale: non provenivo da una famiglia che praticasse politica, né tanto meno disponevo di fondi economici per finanziare campagne elettorali costose. È vero che il mio è un comune di ventimila abitanti, ma anche in quel piccolo contesto, difficilmente un partito avrebbe scommesso su un giovane, inserendomi in una posizione eleggibile. Dunque, se sono riuscito a sedermi tra quei banchi, lo devo unicamente alla fiducia dei cittadini del mio territorio che hanno scritto il mio nome sulla scheda. Questa esperienza mi ha insegnato che la democrazia respira quando sono i cittadini a scegliere i propri rappresentanti, non i vertici dei partiti. Ecco perché sono convinto che sia urgente introdurre le preferenze anche per l’elezione dei parlamentari nazionali, come già avviene per i consigli comunali, regionali e per il Parlamento europeo.
Quando quasi vent’anni fa si scelse di abolire le preferenze, quella decisione rispondeva a un problema reale e sentito: un sistema era degenerato e i cittadini stessi guardavano con sollievo all’abolizione delle preferenze, nella speranza di moralizzare il sistema. L’attuale stagione politica è profondamente diversa, poiché, oggi, l’assillo principale è tenere in vita la democrazia stessa, riavvicinando i cittadini a una partecipazione che sembra svanita. È la sensazione, diffusa e non infondata, che tanto “è già tutto deciso” da chi occupa le prime posizioni in lista ed è quindi inutile partecipare.
Un’indagine recente dell’Istituto Demopolis segnala che circa due cittadini su tre (68%) considerano un errore l’assenza delle preferenze nelle liste bloccate per l’elezione dei parlamentari. Non è un’opinione di addetti ai lavori, è il sentimento diffuso di chi, nel segreto dell’urna, oggi si limita a scegliere un simbolo, senza poter scegliere una persona.
In un mondo sempre più disintermediato, dove i corpi intermedi faticano a trovare spazio, assistiamo a una personalizzazione esasperata della politica che porta al culto del leader, il quale si trova ad avere, di fatto, uno ius vitae necisque sulle carriere politiche dei parlamentari del proprio gruppo. Chi non si adegua, viene semplicemente escluso dalle posizioni utili in lista la volta successiva.
Le preferenze rompono questo schema. Restituiscono autonomia agli eletti e rimettono al centro il territorio. A questo proposito, condivido pienamente l’appello promosso da Silvia Costa e da Monica Canalis, già sottoscritto da amministratrici, parlamentari, ex parlamentari ed ex ministre: come giustamente evidenziato in quel testo, le liste bloccate distorcono il rapporto tra eletti ed elettori a favore del legame di pura fedeltà verso il leader. Al contrario, il metodo delle preferenze favorisce il pluralismo, il radicamento territoriale e rappresenta uno straordinario strumento di rappresentanza, anche femminile.
Oggi, la maggior parte dei cittadini, non saprebbe indicare il nome del proprio deputato o della propria senatrice, ma non perché non gli interessi, ma perché quel nome non lo ha mai scelto, né tanto meno lo conosce. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra una rappresentanza che risponde agli elettori e una rappresentanza che risponde solo a chi ha compilato la lista. A tal proposito, è importante che il Partito Democratico assuma una posizione chiara a favore delle preferenze, si tratta della qualità della nostra democrazia.
Inoltre, visto che stiamo discutendo di riforma elettorale, credo sia il momento giusto per affrontare un altro nodo che riguarda da vicino la partecipazione, in particolare quella dei più giovani: il voto ai fuorisede. Centinaia di migliaia di studenti e lavoratori che vivono lontano dal proprio comune di residenza si trovano oggi, di fatto, esclusi dall’esercizio pieno del diritto di voto. Se l’obiettivo è riavvicinare le persone alla partecipazione democratica, non possiamo permetterci di lasciare fuori dal ragionamento chi, per motivi di studio o di lavoro, si trova fuori casa. So bene che nessun sistema elettorale è perfetto o esente da storture, come so bene che le preferenze portano con sé rischi noti: problemi reali, che vanno affrontati con correttivi seri.
Ho deciso di scrivere queste righe non per nostalgia di un sistema passato né per calcolo politico, bensì perché credo che il problema più grande che abbiamo davanti, oggi, sia la crescente distanza tra le persone e la politica. Non dobbiamo chiederci se le preferenze siano perfette, ma se restituiscano ai cittadini più voce di quanta ne abbiano oggi. E su questo, per me, la risposta è sì.
Matteo Marcaccio
[6 luglio 2026]




