Dio, Trump e il fantasma

Donald Trump ha scelto il giorno dell’Indipendenza americana per dire che gli Stati Uniti non diventeranno mai un Paese comunista. Lo ha fatto evocando Dio, la Costituzione, il Secondo Emendamento e la libertà. È una costruzione narrativa potente. E, proprio per questo, merita di essere smontata con precisione.

Negli Stati Uniti il comunismo non è un problema politico. Non lo è mai stato (è stato un tema politico durante il maccartismo, pur senza rappresentare un reale consenso elettorale). Non esiste esiste partito comunista, non esiste un movimento capace di mettere in discussione il sistema liberale americano, non esiste alcuna possibilità concreta che Washington diventi la nuova Mosca. È un nemico inventato. Un fantasma. Ogni populismo ha bisogno di un avversario da combattere quando la realtà è molto peggiore della propaganda.

Se si vuole cercare il comunismo reale, non bisogna guardare a New York o a Los Angeles. Bisogna guardare a Pechino. La seconda economia del pianeta è guidata da un partito che si chiama ancora Partito Comunista Cinese e il suo leader è Xi Jinping. È la potenza con cui gli Stati Uniti competono ogni giorno sul piano tecnologico, industriale, militare e commerciale. È con quella Cina che Washington negozia dazi, terre rare, semiconduttori, intelligenza artificiale e sicurezza globale. Il comunismo evocato nei comizi non è quello con cui si confronta la Casa Bianca. Quello vero siede ai tavoli della geopolitica.

Ma la contraddizione più profonda non è questa. Trump proclama che nessuno porterà via la libertà agli americani. Eppure negli ultimi mesi Trump ha fatto della delegittimazione dell’avversario, dell’intimidazione verbale e della costruzione del nemico interno una componente stabile della propria comunicazione politica. La libertà non viene erosa soltanto quando un governo censura. Comincia a restringersi quando il potere convince una parte del Paese che alcuni cittadini valgano meno di altri.

Per questo colpisce che Trump invochi Dio proprio mentre il primo Papa americano, Papa Leone XIV, abbia scelto il 4 luglio per ricordare agli Stati Uniti che difendere la vita significa anche «accogliere, proteggere e assistere gli immigrati». Da Lampedusa – il luogo simbolo delle migrazioni nel Mediterraneo – il Pontefice ha richiamato il valore della dignità umana e ha criticato implicitamente le politiche fondate sulla deterrenza e sull’esclusione. Non è stata un’omelia astratta. È stato un intervento morale con un evidente significato pubblico.

Naturalmente gli Stati Uniti hanno il diritto di controllare i propri confini. Nessuno Stato può rinunciare a governare i flussi migratori. È un fatto che gli attraversamenti irregolari della frontiera con il Messico siano crollati nell’ultimo anno fino ai livelli più bassi degli ultimi decenni, dopo il drastico irrigidimento delle politiche migratorie. Ma un conto è governare l’immigrazione. Un altro è trasformare l’immigrato nella materia prima di una campagna permanente della paura.

Le grandi potenze non si misurano soltanto dalla forza militare o dal PIL. Si misurano dalla capacità di restare fedeli ai propri principi proprio quando sarebbe più facile tradirli. L’America ha costruito la propria leadership mondiale anche grazie alla forza delle sue istituzioni, della libertà di parola, della separazione dei poteri, dell’attrazione esercitata su milioni di persone che vedevano negli Stati Uniti un orizzonte, non una fortezza.

Quando una democrazia comincia a cercare nemici immaginari invece di affrontare quelli reali, non sta diventando più forte. Sta diventando più fragile. Perché il comunismo evocato nei fuochi d’artificio del 4 luglio non minaccia la libertà americana. La minacciano molto di più la normalizzazione dell’insulto, la riduzione della complessità a propaganda, il sospetto elevato a metodo di governo e l’idea che il dissenso sia incompatibile con il patriottismo.

La libertà non muore quando arriva il comunismo che non c’è. Comincia a indebolirsi quando chi dice di difenderla convince un Paese che possa essere trasformata in un privilegio concesso ad alcuni e negato ad altri.

Stefano Salsi

[11 luglio 2026]

Immagine di TravelScape su Magnific

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