Fare memoria oggi

La Giornata della Memoria non è mai soltanto un esercizio sul passato. È, ogni anno, uno specchio che ci costringe a guardare il presente con occhi più onesti. Ricordare Auschwitz, i treni piombati, i numeri tatuati sulla pelle, non serve solo a rendere omaggio alle vittime della Shoah: serve a misurare la distanza – o la pericolosa vicinanza – tra ciò che siamo oggi e ciò che l’umanità è già stata capace di fare.
Nel 2026 viviamo in un mondo iperconnesso, saturo di immagini, notizie, commenti. Vediamo in tempo reale città distrutte, civili in fuga, bambini che crescono sotto le bombe, popoli interi compressi tra confini chiusi e mari diventati cimiteri. Eppure, proprio mentre tutto è visibile, cresce una nuova forma di cecità: l’assuefazione. Scorriamo tragedie come fossero contenuti qualsiasi, ridotte a un titolo, a un video di pochi secondi, a una polemica che dura lo spazio di un trend.
La memoria, oggi, è sotto attacco non solo dall’oblio, ma dalla manipolazione. Guerre raccontate come inevitabili, deportazioni chiamate “ricollocazioni”, muri definiti “soluzioni di sicurezza”. Cambiano le parole, ma il meccanismo è antico: disumanizzare l’altro per rendere accettabile ciò che, altrimenti, sarebbe insopportabile. Così come ieri gli ebrei erano trasformati in un problema da risolvere, oggi intere popolazioni vengono ridotte a numeri, a flussi, a minacce astratte.
La Shoah ci insegna che l’orrore non nasce all’improvviso. Nasce da piccole rinunce morali, da leggi apparentemente tecniche, da silenzi comodi. Nasce quando la paura diventa più forte della compassione, quando l’identità diventa un’arma, quando l’ingiustizia subita da altri non ci riguarda più. E guardando la geopolitica di questi anni – tra invasioni, pulizie etniche, repressioni, e nuove corsa agli armamenti – è difficile non riconoscere segnali inquietanti di quella stessa deriva.
Ricordare, allora, non significa solo piangere i morti di ieri. Significa prendere posizione per i vivi di oggi. Significa rifiutare l’indifferenza verso chi è perseguitato per la propria origine, religione, lingua o idee. Significa difendere la dignità umana anche quando è politicamente scomodo, anche quando costa consenso, anche quando sembra inutile.
La Memoria non è un museo polveroso: è una responsabilità attiva. Se la Shoah è diventata possibile, è perché troppi hanno voltato lo sguardo. Se vogliamo che “mai più” non resti uno slogan vuoto, dobbiamo imparare a riconoscere l’ingiustizia prima che diventi sistema, l’odio prima che diventi legge, la guerra prima che diventi normalità.
Nel 2026, ricordare è un atto politico nel senso più alto: è scegliere da che parte stare dell’umanità.

Dino Vanzan

[27 gennaio 2026]

Immagine di mb-photoarts su Freepik

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