Ero solo un bambino alla scuola materna, ma il ricordo di quel giorno è nitido: un senso di smarrimento collettivo intorno, un silenzio pesante che avvolgeva gli adulti intorno a me, l’intuizione che qualcosa di irreparabile fosse accaduto.
Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse massacrarono in via Fani gli agenti della scorda di Aldo Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino) con un’azione che avrebbe cambiato per sempre il volto dell’Italia, insieme al drammatico epilogo dell’assassinio del “prigioniero”, un uomo che aveva dato all’Italia una dignità internazionale di altissimo livello.
Oggi, guardando l’attuale scenario geopolitico dettato dalla forza e la postura del nostro Governo verso Trump, le parole pronunciate da Moro nel settembre 1969 davanti alla Commissione Esteri sembrano scritte su un altro pianeta, appartengono a una visione del ruolo dello Stato e dell’Italia colpevolmente smarrita, con una cesura segnata proprio a partire da quei giorni:
“𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑏𝑙𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑖𝑛 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑡𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑑𝑢𝑐𝑖𝑎 𝑒 𝑔𝑎𝑟𝑎𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑒𝑧𝑧𝑖 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑎𝑙 𝑚𝑒𝑟𝑜 𝑒𝑞𝑢𝑖𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒̀ 𝑑𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑢𝑛 𝑛𝑜𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑜𝑏𝑖𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑜, 𝑚𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑚𝑢𝑜𝑣𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑠𝑎𝑟𝑚𝑜, 𝑣𝑎𝑙𝑜𝑟𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙’𝑂𝑁𝑈, 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑚𝑜𝑑𝑜 […] 𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑡𝑟𝑎 𝑖 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑖.”
C’è un vero e proprio abisso tra quel periodo, comunque complesso, e l’oggi.
Mentre Moro parlava di passare dalla “garanzia della forza alla garanzia della fiducia”, oggi assistiamo a un ritorno brutale alla logica degli armamenti come unica via. Laddove Moro vedeva nell’ONU e nel negoziato lo strumento per “mutare il modo di essere del mondo”, la politica odierna sembra spesso schiacciata su un pragmatismo muscolare, privo di quella spinta profetica che cercava la pace non come resa, ma come costruzione attiva.
Moro ci insegnava che la sicurezza non è solo difesa dei confini, pur necessaria, ma influenza politica positiva. Oggi, invece, la politica estera pare ridotta a un riflesso condizionato di equilibri di potenza globali, rinunciando a quel ruolo di “pontieri della pace” che ha reso grande l’Italia nel Mediterraneo e nel mondo. Siamo passati dal realismo profetico di Moro e a un iperrealismo vassallo della forza.
Onorare la memoria degli uomini di Via Fani (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino) significa anche recuperare questa complessità del pensiero di Moro. Non solo un ricordo, ma un’eredità profetica: la democrazia si difende con la forza delle idee, non solo con l’equilibrio delle armi.
Paolo Negro
[16 marzo 2026]




