Un futuro che si chiama Europa

Quando si parla d’Europa non si racconta una vicenda passata, quando si parla d’Europa non si fa Archeologia o Paleontografia, ma si fa riferimento ad un evento che influenza il nostro vissuto, che definisce le nostre identità e che forma il nostro sè.

L’Europa è la nostra cultura, l’Europa è il racconto di una comunità che si svolge e si fa attraverso noi, per questo è una vicenda che ci ri-guarda e ci co-involge.

I protagonisti, che possiamo definire artigiani (saper fare) dell’Europa, sono stati A. De Gasperi, R. Schuman e K. Adenauer, leader di ispirazione cattolico-democratica che hanno saputo rapportarsi in modo laico e rispettoso verso le istituzioni.

L’Europa del dopo guerra si presentava come un luogo sfrangiato dall’odio e dilaniato dal delirio del potere. Tutto questo era la conseguenza del sovranismo, pericolosa patologia che rendeva facilmente vulnerabili all’egoismo e rendeva immuni ai valori democratici. Questi politici erano persuasi che la politica fosse l’unico strumento per avviare un decisivo processo di ri-costruzione. Per loro la politica non era il luogo dove si decide ciò che accade, ma il luogo dove si decide ciò che deve accadere ovvero, tradotto. La politica non si limitava al solo governo delle cose, ma doveva creare condizioni nuove della realtà. Nel processo di costruzione, la bussola che li guidava era, la difesa della dignità della persona e la centralità della politica sull’economia: si parlava di economia sociale di mercato. Ad ispirare questo progetto c’era l’orizzonte del personalismo comunitario teorizzato da J. Maritain.

Il progetto che veniva delineandosi prevedeva il coinvolgimento dei cittadini, perchè si stava costruendo l’Europa dei popoli, in questo processo non c’era l’imposizione di un modello culturale sugli altri, l’Europa nasceva come un progetto di democratica convivenza delle differenze. In questo proposito, li guidava un pensiero lungo, un pensiero che si confrontava con i lunghi processi e domande della storia. Erano consapevoli che si stava facendo qualcosa di grande, avvertivano la grave responsabile che avevano davanti, ciò suscitava entusiasmo, era la forza dell’utopia che scaldava i loro cuori. La politica aveva il compito di assecondare un processo iscritto nella carne della storia dei singoli stati. Era chiaro in loro che il passaggio della storia portava i popoli europei verso un unico destino, la politica non doveva fare altro che accompagnare questo processo.

In questa affascinante avventura vorrei ricordare A. Moro. Per lo statista pugliese l’Europa non doveva essere solo una zona di libero scambio economico, ma doveva essere qualcosa di più importante, doveva saper suscitare un reale convincimento e coinvolgimento dei cittadini. L’Europa poteva realizzarsi solo se diventava una comunità politica, solo questo avrebbe favorito la maturazione di una coscienza politica, indispensabile per essere e sentirsi cittadini europei.

Erano uomini animati dalla speranza che fa nuove tutte le cose.

Un altro artigiano dell’Europa è stato J. Delors, presidente della commissione Europea dal 1985 al 1995. Nel suo progetto d’Europa vi era l’idea che il mercato unico dovesse essere legato ad una politica di coesione; si ricorda della sua presidenza l’accordo di Schengen per la libera circolazione delle persone; i fondi europei per il riequilibrio tra le ragioni ricche e le più povere e il programma Erasmus per i giovani.

Questi uomini sentivano la costruzione dell’Europa come un imperativo, come la ragione ultima del loro impegno politico, come è stato D. Sassoli, figura di altissimo spessore morale ed istituzionale. Ha ricoperto la carica di presidente del Parlamento Europeo negli anni difficili del Covid. Ricordiamo di lui il grande rispetto per le istituzioni e la grande sensibilità verso i più deboli.

Ci chiediamo, nel tempo presente, cosa rimane di quella grande intuizione, e se il progetto Europa e ancora attuale. Oggi assistiamo ad un pericoloso riflusso; la paura detta l’agenda politica dei singoli stati e si ritorna a parlare nuovamente di confini. In questo quadro, viene meno la fiducia che ha cementato quel sentimento comune che ha portato alla costruzione dell’Europa.

La ferita aperta della guerra Russa-Ucraina nel cuore dell’Europa segna un pericoloso arretramento e tutto questo accade nella moderna Europa, patria dell’illuminismo e delle libertà democratiche. Assistiamo ad uno stravolgimento culturale che cambia la geopolitica, era inimmaginabile fino a poco tempo fa e ridisegna un nuovo ed inedito scenario. Per la prima volta l’Occidente è diviso; gli Stati Uniti abbandonano l’Europa, trovando più conveniente costruire una politica con la Russia.

A tutto questo si aggiunge che, nell’attuale sistema culturale, l’economia diventa il principale ordinatore sociale, a spese della politica che non è più in grado di governare la complessità del reale. Il tecno-capitalismo si presenta come forza che domina e seduce, che tutto fagocita ed ingloba. In questo orizzonte si sentono slogan come il “noi” contrapposto a “voi”, ritorna a dominare nell’immaginario collettivo la paura. Avanza l’egoismo, assieme al sovranismo che divide e separa.

Di fronte e dentro questo scenario, abbiamo la grave responsabilità di prendere la parola, la storia ce lo chiede, questo ci sollecita a cercare nuove ragioni per la costruzione dell’Europa, nuovi semi di speranza che possano essere generatori di tempi nuovi.

Siamo noi gli eredi di questo nobile lascito, tocca a noi continuare e riscrivere un nuovo racconto dell’Europa. Rispondere, però, non significa ripetere il progetto o replicare una formula. Mettersi nella scia di quell’inizio significa incarnare lo spirito che ha animato e spinto i Padri fondatori a pensare l’Europa, pensiero che immette in una concezione dinamica della storia. In questo orizzonte agisce la speranza cristiana,

grembo che muove la storia secondo un tragitto oscuro alla logica, ma che la fede intravede anche nei tornanti difficili e contraddittori della storia. Qui la fede agisce ad un livello pre-politico, ci fa comprendere che ogni epoca conserva e supera le precedenti, realizzando così un grado più alto e superiore a quello precedente. Questo è possibile attraverso la nostra azione e l’impegno quotidiano. Ecco perchè l’idea di Europa contiene il superamento dell’Europa che abbiamo conosciuto. L’Europa è parola in cammino e che mette in cammino; è la messa in opera di un processo.

Costruire gli Stati Uniti d’Europa significa guardare con fiducia al domani: si tratta di rispondere con consapevolezza a questa chiamata, questo significa recuperare il senso profondo della politica che rinvia all’abitare stesso dell’umano nel mondo. Allora la politica è prendersi cura della comunità, che non è un semplice fare, se quest’ultimo richiama aun orizzonte tecnico, l’agire politico è l’azione che ha a che fare con l’etica, per questo si rifà all’amicizia, che è l’azione che va al di la del tempo presente. L’amicizia tra i popoli è una virtù sociale, pratica che continuamente coltiva e costruisce l’umano; è l’azione che allo stesso tempo è tensione, pratica che guarda e proietta al tempo di domani, ecco perchè l’Europa è il nostro futuro, ma si realizza adesso. La politica è attenzione che tiene uniti; è vocazione che coltiva le diversità; è lo spazio che favorisce la circolarità delle differenze in vista dell’armonia di tutti con tutti, molteplicità che convive con l’unità. Oggi domina il paradigma della complessità che dice che tutto è complicato, luogo dove la vita non si presenta come un processo lineare e prevedibile, si propone pieno di contraddizioni al suo interno, ma dice anche che tutto si collega al tutto.
In questo orizzonte, la società forma l’individuo e l’individuo forma la società: la politica deve aspirare a governare questo rapporto. Governare è gestire le relazioni, perchè non esistono problemi isolati, ogni scelta va compresa nel rapporto tra parti e tutto, in una visione d’insieme. E’ indispensabile che la politica sappia cogliere le interazioni reciproche presenti nella società e tra le culture, ma soprattutto sappia assumere uno sguardo largo, che le permetta di indicare una prospettiva nuova.
La politica costruisce il nostro futuro e questo futuro si chiama Europa, spazio aperto al nuovo umanesimo, dove si realizza la comunità di destino.

Sandro De Bonis

[3 gennaio 2026]

1 commenti On Un futuro che si chiama Europa

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