Gli eventi di Ceuta mostrano quanto la questione migratoria sia diventata una prova decisiva per l’Europa. Non riguarda soltanto il controllo di un confine, ma la capacità degli Stati di tenere insieme sicurezza, diritto, dignità umana e responsabilità politica. Per un pensiero di centro, trovare una posizione condivisa e comprensibile è difficile, perché il dibattito pubblico è ormai dominato da due opposte semplificazioni.
Da un lato c’è chi considera ogni limite disumano, ogni controllo sospetto e ogni rimpatrio inaccettabile. Dall’altro, chi trasforma ogni migrante in una minaccia e ogni gesto di accoglienza in una resa. Entrambe le posizioni sono false e producono impotenza. Uno Stato democratico ha il dovere di controllare i propri confini, identificare chi entra, distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non lo ha, contrastare i trafficanti e rendere effettivi i rimpatri. Ma deve anche salvare chi rischia di morire, proteggere i minori e garantire procedure individuali, perché la dignità umana non può dipendere dal modo in cui una persona ha raggiunto una frontiera.
In tutta Europa i governi devono fare i conti con una crescente domanda di sicurezza. Alcuni cercano di mediarla con politiche di accoglienza e integrazione; altri la sfruttano per alimentare paura e consenso. Sarebbe però sbagliato liquidare l’opinione pubblica come irrazionale. I cittadini vedono servizi sotto pressione, territori lasciati soli e una distanza crescente tra le rassicurazioni delle classi dirigenti e la realtà quotidiana. Le loro paure possono essere amplificate o manipolate, ma non vanno disprezzate. La politica deve ascoltarle senza diventarne prigioniera: seguirle ciecamente significa cedere alla demagogia, ignorarle significa consegnare i cittadini ai demagoghi.
Una posizione di centro deve quindi dire alcune verità con chiarezza. L’Europa non può accogliere tutti senza criteri e limiti. Allo stesso tempo, avrà bisogno di immigrazione per ragioni demografiche ed economiche. Occorre perciò sostituire l’irregolarità con ingressi legali, programmati e collegati al lavoro, alla formazione e ai bisogni dei territori. L’integrazione richiede lingua, occupazione, rispetto delle leggi e adesione ai principi costituzionali. Chi vive e lavora stabilmente non può essere lasciato per anni nell’irregolarità; chi non ha diritto di restare deve invece essere rimpatriato con procedure rapide e rispettose.
Infine, nessun Paese di frontiera può essere lasciato solo. Ceuta, Lampedusa e le isole dell’Egeo sono confini europei. Servono regole comuni, solidarietà concreta, personale, risorse e una politica unitaria verso i Paesi di origine e di transito. Cooperare è necessario, ma senza diventare ricattabili.
Il centro non è indecisione. È la capacità di tenere insieme fermezza e umanità, legalità e integrazione, sicurezza e solidarietà. Una democrazia matura protegge il confine senza perdere la propria coscienza e ascolta le paure dei cittadini senza trasformarle in odio.
Dino Vanzan
[1 agosto 2026]





1 commenti On Il confine e la coscienza europea
Bravo Dino, commento molto interessante e, per me, assolutamente condivisibile.