Quasi 10 anni fa un brillante e influente giurista cinese, Feng Xiang, vaticinava che l’avvento dell’intelligenza artificiale avrebbe portato alla fine del capitalismo. A occhio parrebbe che il capitalismo sia tutt’altro che finito, e anzi resta intatta l’ironica diagnosi di Giorgio Ruffolo: il capitalismo ha i secoli contati. Ma è vero che il capitalismo sta attraversando una mutazione profondissima e che l’avvento dell’intelligenza artificiale è un ingrediente chiave di questa mutazione. Certo, il vaticinio di Feng Xiang non veniva da chissà quale territorio neutrale e angelicato. Veniva da un’università estremamente rappresentativa di un paese che fa dell’anticapitalismo la propria bandiera. Eppure, l’argomento che stava dietro al vaticinio di Feng Xiang conteneva una quota di verità e questa verità non era priva di rapporti con la mutazione che abbiamo sotto gli occhi oggi. In breve, diceva il giurista cinese, se tutto passa dall’intelligenza artificiale, se è all’intelligenza artificiale che ci rivolgiamo sempre più spesso per accedere a certi dati sul presente e a certi suggerimenti circa le decisioni con cui farvi fronte, allora chi detiene le chiavi dell’algoritmo detiene anche la bussola che orienta la raccolta di quei dati e la formulazione di quelle decisioni. Feng Xiang aggiungeva con beffarda soddisfazione che a fronte di tutto questo la Cina non avrebbe avuto grossi grattacapi: l’intelligenza artificiale laggiù è proprietà dello stato, e un’intelligenza di stato non contrasterà le politiche dello stato. Ma che dire del mondo cosiddetto occidentale e cosiddetto liberale? È da quelle parti, suggeriva il giurista cinese, che i nodi verranno al pettine. Perché se l’intelligenza artificiale è in mano a tre o quattro monopolisti tecnologici, è difficile immaginare che quelle tre o quattro intelligenze artificiali raccoglieranno dati contrastanti e suggeriranno decisioni ostili agli interessi di quei monopolisti. Addio mondo liberale. Nuovo feudalesimo benché tecnologicamente avanzatissimo. Giganteschi monopoli privati assorbiranno la dimensione pubblica traducendola nel contado che circonda il loro castello di silicio. Inedita versione di quel problema del resto già evidentissimo nell’Ottocento, cioè la tendenza alla concentrazione monopolistica degli attori del mercato che ci piace chiamare libero. È del resto una tendenza generalizzata, dalle nostre parti, quella per cui i servizi pubblici vengono affamati, resi inefficienti, messi in competizione con attori privati, dichiarati non competitivi all’interno di quell’arena drogata, e infine smobilitati. Va così per la sanità, le pensioni, la scuola, le infrastrutture. Perché non dovrebbe andare così anche per quello che il vecchio Cartesio definiva come il bene più comune, più ampiamente distribuito, più prezioso nonostante non sia affatto raro, cioè l’intelligenza? Aveva ragione Feng Xiang, c’è di che interrogarsi. Le tante intelligenze artificiali non sono un semplice strumento, rappresentano ogni volta una certa politica dell’intelligenza, e di tutto ciò che passa attraverso l’intelligenza. Cioè di tutto ciò di cui può esserci politica. E noi europei, che non siamo la Cina ma neppure siamo gli Stati Uniti, che politica dell’intelligenza vogliamo, come pensiamo di legiferare su questa materia incandescente e dalle mille potenzialità distruttrici e creatrici? Incaponirci sul dilemma se l’intelligenza artificiale sia davvero intelligente o sia solo particolarmente sveglia nell’assemblare cose già pensate da noi non ci aiuterà a rispondere. È un falso dilemma e c’è quasi da temere che sia un’arma di distrazione di massa.
Federico Leoni
[18 aprile 2026]




