La rivoluzione dimenticata di don Tonino

Il 20 aprile 1993 moriva don Tonino Bello.
Vescovo, testimone del Vangelo, vissuto fino in fondo, uomo capace di farsi prossimo agli ultimi. Il suo ricordo non è semplice memoria, ma invito concreto a costruire ponti di pace.
A 33 anni dalla sua scomparsa don Tonino resta, come scrive “Famiglia Cristiana”, “un profeta disarmato capace ancora oggi di indicare la via quella di una pace costruita giorno per giorno con gesti piccoli radicali con uno sguardo che sa riconoscere dignità e speranza in ogni persona un’eredità che interpella credenti e non credenti chiamando tutti a diventare, a propria misura, artigiani di pace”.
Non so quanti oggi ricordino don Tonino Bello, soprattutto tra i più giovani.
È stato un vescovo scomodo, che non ha mai fatto sconti a nessuno, neppure a se stesso, visto che decise di recarsi nuovamente in Bosnia per tentare di fermare la guerra, assieme a tanti altri volontari pacifisti, quando la sua malattia lo aveva già molto debilitato.
Don Tonino era un non violento e un mite, ma le sue parole andavano diritte al punto e denunciavano lo scandalo della guerra, della povertà, di tutto ciò che andava contro il Vangelo.
Quanto ne avremmo bisogno ancora oggi!
Per questo voglio fare risuonare alcune sue parole, tratte da un’intervista del 1990, poi pubblicata nel libro “Le mie notti insonni per i costruttori di speranza e di pace” edito dalla San Paolo.

Una riflessione bisognerebbe ribadire costantemente: che la pace di Gesù Cristo non è altra cosa rispetto alla pace che stiamo inseguendo sulla Terra. Certo, la pace che Lui ci dona travalica tutti i raggiungimenti umani, si pone al di là delle nostre piccole conquiste e cede tutte le misure con cui noi calibriamo i nostri sogni, ma si raggiunge seguendo percorsi terreni, scoscesi e impervi, i percorsi dei piccoli travagli umani.
Quando avremo battuto questi sentieri, ci accorgeremo che la pace di Cristo sta ancora al di là. Non l’abbiamo afferrata tutta, ma non per questo dobbiamo disimpegnarci dalle fatiche feriali.
Occorrerebbe portare avanti all’interno delle comunità cristiane, con più convinzione e in termini più critici, la riflessione sulla pace, richiamando la coscienza di tutti sulle cause che la mettono in pericolo. Promuovere, quindi, uno studio severo sui dati fondamentali dello Shalom biblico. Organizzare incontri sulla spiritualità della pace. Esprimere un coraggio più evangelico nella denuncia profetica delle ingiustizie. smascherare la logica di guerra sottesa a tante scelte pubbliche e private, indicare nelle leggi dominanti di mercato i focolai della violenza. Accelerare l’accoglimento di criteri che favoriscano un nuovo ordine economico internazionale. Fare della solidarietà l’imperativo etico fondamentale della vita personale e di gruppo. Impegnarsi per l’educazione costante alla pace, soprattutto delle giovani generazioni. Avere il coraggio di esporsi, magari anche con i segni paradossali ma eloquenti dell’obiezione di coscienza in tutte le sue forme, sui crinali della contraddizione. Fare, infine, della preghiera lo strumento privilegiato di ogni dinamismo di pace, tenuto conto che la tenacia dei contemplativi non conta meno dell’abilità dei politici e che la bravura diplomatica delle cancellerie non vale più della forza dell’implorazione.

Parole di grande attualità, che dicono come si parla troppo poco di pace oggi.
Lo fa Papa Leone e la Chiesa, e non solo, dovrebbe seguire il suo esempio, cheè poi quello che ci indica la memoria di Don Tonino Bello.

Fabio Pizzul

[20 aprile 2026]

Immagine tratta dal sito della Fondazione don Tonino Bello

Lascia un commento:

(Compila i campi richiesti. Il tuo contributo verrà analizzato e pubblicato. L’indirizzo email, essendo riservato, non sarà visibile; il sito web non è obbligatorio)