Quello che è accaduto nelle piazze di varie città italiane negli ultimi giorni lascia molte domande aperte e tanta inquietudine.
Chi ha scorrazzato, violento, per le vie del centro di Milano con la sua follia ha oscurato la protesta civile e non-violenta di migliaia di giovani che sono scesi in piazza per manifestare la propria paura di non avere un futuro.
Rilancio un paio di riflessioni che ho letto nelle chat di Comunità Democratica e ci offrono qualche elemento di giudizio.
Davide Lazzari scrive:
Sto notando una radicalizzazione sempre più forte delle posizioni. Oggi (sabato 23 ottobre) a Milano ho visto giovani insultare con epiteti irripetibili altri giovani che manifestavano. La polizia è intervenuta per proteggere il corteo, invitando chi insultava ad allontanarsi. Ragazzi contro ragazzi. Oggi gli insulti, domani temo possano tornare le botte. Non è un bel clima. Chi ha un ruolo pubblico e visibilità dovrebbe gettare acqua sul fuoco e riportare il confronto sui problemi concreti, sulle risposte che mancano e sulle responsabilità del governo. Se il centro del dibattito diventa la manifestazione (il mezzo) stessa, anziché le ragioni della protesta (il fine) e una politica che non dà risposte, rischiamo di alimentare uno scontro che si avvita su sé stesso. Questo futuro mi preoccupa. Molto. Servono attenzione, responsabilità e parole capaci di abbassare la tensione senza rinunciare alla fermezza della critica.
Alberto Mattioli commenta:
Se il web amplifica l’odio, la società deve spegnere l’algoritmo. Più regole online, più sicurezza dal vivo. La violenza minorile oggi nasce e si diffonde attraverso questi canali e in queste piazze virtuali dove i singoli si fanno gruppi emulandoli e che chiamano a raccolta nelle piazze fisiche. Gli esperti ritengono il web come ambiente a massimo rischio: per il 66% degli adolescenti la rete è lo spazio più pericoloso in assoluto. Gli algoritmi dei social media tendono a premiare e rendere virali i contenuti estremi, incentivando la spettacolarizzazione delle aggressioni per ottenere visualizzazioni e like. Occorre intervenire e presidiare questi ambienti anche manipolati. E i ragazzi e i genitori devono sapere di poter essere controllati individuati e legalmente perseguibili. Oggi sono ambiti sfuggenti. La legge e l’educazione devono agire qui. Se il web amplifica l’odio, la società deve spegnere l’algoritmo. Più regole online, più sicurezza dal vivo.
Davide e Alberto sottolineano due aspetti della complessa situazione che stiamo vivendo: la rabbia che cresce, e che viene talvolta fomentata più che ascoltata, e la rete dei social media, in potenziale balia di oscuri cattivi maestri e interferenze organizzate.
Credo che siano temi importanti, ma penso che dobbiamo anche essere capaci di non cedere alle semplificazioni e non lasciare che le inaccettabili violenze di pochi (da condannare e reprimere) oscurino le sacrosante rivendicazioni di giovani che non vedono di fronte a sé un percorso che possa aiutarli a diventare adulti realizzando le proprie aspirazioni.
I giovanissimi che hanno devastato e saccheggiato molti esercizi commerciali nel centro di Milano sembrano parte di un grande videogame, che consente loro di sentirsi vivi e di godere di potenti scariche di adrenalina, ma che alimenta il vuoto consumistico e la mancanza di relazioni educative che li sta accompagnando. Così diventano una docile massa manipolabile da cattivi maestri convinti che la violenza posa essere una strada per risolvere qualcosa. Una tetra strategia che accomuna, purtroppo, diversi movimenti che, in nome di istanze che potrebbero anche essere legittimamente più o meno condivisibili, scelgono la violenza come forma di azione. La violenza, la storia ce lo insegna, è sempre una via senza uscita.
Il pungo duro e la repressione paiono la via più diretta per rassicurare e provare a dare risposte immediate. Il governo ha scelto questa strada. Nei confronti dei pochi violenti può essere una risposta necessaria, ma dev’essere limitata, circoscritta e accompagnata da azioni che rendano residuale ed eccezionale l’uso della forza.
Quello che serve è una grande operazione di ascolto dei più giovani. Un formidabile investimento in educazione (a partire dalla scuola), in relazioni e in tempo e spazio per i giovani. In tanti, me compreso, parliamo di giovani pensando di sapere tutto di loro, ma non abbiamo il coraggio e la lungimiranza di dar loro voce e, soprattutto, di ascoltare la loro voce, le loro richieste e le loro paure. Mancano anche spazi politici per fare tutto questo e spesso lo smarrimento dei giovani diventa solo occasione di rabbia. La politica dovrebbe riuscire a trasformare la rabbia in speranza. Cavalcando la rabbia si può conquistare qualche consenso, coltivando la speranza si può far crescere la fiducia in un futuro meno minaccioso. Credo che sia questo che ci chiedono i giovani: strumenti e risorse (anche economiche) per sostenere i loro progetti e relazioni buone per gestire emozioni, successi ed eventuali sconfitte.
Fabio Pizzul
[25 ottobre 2026]




