Gli ammutinati

Milioni di cittadini non hanno rinunciato a pensare un mondo migliore. Hanno smesso di cercare qualcuno che lo rappresenti.

L’opposizione c’è. L’alternativa no. La prima occupa seggi, rilascia dichiarazioni, frequenta talk show e misura ogni mattina la propria consistenza attraverso i sondaggi. La seconda dovrebbe offrire al Paese un’altra idea di futuro. Non un equipaggio diverso sulla stessa nave, con qualche cabina ridistribuita, ma una rotta. 

E oggi quella rotta non si vede. 

Non è soltanto una questione di partiti, alleanze o leader. Potremmo cambiare tutte le sigle e conservare intatta la stessa impotenza. Il problema è culturale: manca un pensiero capace di tenere insieme ciò che la politica separa per renderlo elettoralmente maneggevole.

Gramsci chiamava egemonia la capacità di trasformare una visione del mondo in senso comune. Oggi nessuno sembra più intenzionato a conquistare il senso comune: ci si accontenta del suo indice di gradimento. I social hanno aggravato il problema, ma soprattutto lo hanno reso implacabilmente visibile. Ci mostrano una classe dirigente impegnata a documentare la propria irrilevanza: il selfie sull’aereo, l’aperitivo in barca davanti alle coste sarde, il balletto davanti allo specchio dell’hotel, l’accordo con i produttori della cipolla borettana annunciato con la gravità della pace di Westfalia, l’inaugurazione di qualsiasi cosa abbia un nastro abbastanza lungo da poter essere tagliato davanti a un fotografo. Debord aveva previsto la trasformazione della vita in rappresentazione. Forse non aveva immaginato che un giorno la politica avrebbe considerato una conquista riuscire a entrare come comparsa nello spettacolo.

Ma dietro quelle immagini che cosa c’è? Quale pensiero tiene insieme libertà e giustizia, crescita e limite, tecnologia e dignità, sicurezza e diritti, demografia e migrazioni, ricchezza privata e destino comune? Quale politica sa ancora guardare oltre la prossima elezione e chiedersi da che cosa dobbiamo liberarci, quale mondo stiamo preparando a chi verrà dopo di noi, come difendere lo spazio pubblico dall’isolamento, quale responsabilità abbiamo verso chi ancora non è nato e come impedire che la democrazia sopravviva nelle forme mentre muore nella sostanza? La politica dovrebbe servire a dare ordine al conflitto, forma alla speranza e futuro alla comunità. Noi abbiamo sostituito la visione con il contenuto, il progetto con il posizionamento, la verità con la capacità di trattenere l’attenzione. Non prevale ciò che indica una strada, ma ciò che interrompe per tre secondi lo scorrimento del pollice. È il trionfo di una cittadinanza singolare: tutti sovrani, purché abbastanza distratti da non accorgersi di chi governa davvero.

Intanto il potere reale si sposta. Le grandi piattaforme possiedono dati, infrastrutture e capacità finanziarie superiori a quelle di molti Stati. Hanno desertificato le nostre comunità prima che la democrazia riuscisse perfino ad accorgersi di loro e a contenerne la voracità di denaro, dati e influenza sulle nostre vite. I social non si limitano a raccontare la realtà: selezionano ciò che vediamo, delimitano il pensabile, prevedono i nostri comportamenti e, prevedendoli, contribuiscono a produrli. Zuboff lo ha chiamato capitalismo della sorveglianza. Byung-Chul Han ha descritto una società nella quale l’individuo, mentre viene misurato, profilato e messo a profitto, finisce per diventare volontariamente il carceriere di sé stesso. La libertà non viene abolita: metodo ormai considerato piuttosto antiquato. Viene sommersa sotto una montagna di opportunità, informazioni, notifiche, stimoli e possibilità di scelta, fino a quando non sappiamo più distinguere ciò che abbiamo scelto da ciò che qualcuno aveva già scelto per noi. Questa non è soltanto una democrazia debole. 

È una democrazia distratta. 

È ipnocrazia.

Siamo tuttavia uomini di mondo. Sappiamo che tra poco più di un anno si tornerà a votare e vediamo perfettamente ciò che c’è sul campo. La destra, vecchia, nuova, storica o vannacciana, non sembra particolarmente interessata a costruire un mondo migliore. Ha escogitato una soluzione più semplice: prendere quello che esiste, confezionarlo e rivenderlo a chi ne sta subendo le conseguenze come il migliore dei mondi possibili che deve essere difeso dai poveri più affamati di noi. Funziona da secoli e ha persino il vantaggio di non richiedere immaginazione. 

La domanda, allora, non è soltanto chi possa batterla. È se esista ancora un pensiero democratico capace di immaginare un futuro differente e, soprattutto, di renderlo plausibile. Un futuro nel quale, anche rinunciando a qualche like conquistato ballando soli davanti allo specchio, si possa essere più liberi e perfino più felici; nel quale il pianeta conservi una possibilità di salvarsi e noi quella di provare a farlo insieme.

È la promessa che attraversa il pensiero democratico da Pericle a Tocqueville, da Rousseau a Bobbio: trasformare individui isolati in cittadini, la paura in partecipazione, la differenza in convivenza, la libertà individuale in responsabilità comune. Non promettere il paradiso, ma rendere la terra un po’ meno ingiusta. Eppure nessuno sembra oggi capace di incarnare quella promessa in un racconto del futuro abbastanza forte da diventare desiderio collettivo.

Qui sta il vero ammutinamento di quasi metà degli elettori. Non necessariamente nell’indifferenza, ma nella diserzione da un’offerta politica che continua a chiedere consenso senza offrire un orizzonte. Milioni di persone non hanno smesso di desiderare una società più giusta, più libera, più colta, più sostenibile. Hanno smesso di credere che qualcuno dei presenti abbia davvero intenzione di costruirla. Non cercano necessariamente un altro partito. Cercano, e non trovano, un’altra idea di mondo.

Finché quell’idea non apparirà, continuerà il tedio quotidiano di coalizioni, geometrie variabili, campi larghi, campi stretti, federatori e candidati unitari, come se il problema del viaggio consistesse nella disposizione dei passeggeri. E la Storia arriverà a destinazione senza di noi.

Mentre noi, naturalmente, resteremo immobili nell’ennesimo selfie in ascensore.

Stefano Salsi

[20 agosto 2026]

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