Il boomerang sull’immigrazione

Con l’entrata in vigore a giugno del Patto europeo approvato due anni fa (costituito di 10 regolamenti e una direttiva e, quindi, direttamente applicativo negli Stati membri ) gli italiani hanno scoperto e via via capiranno meglio la realtà della nuova normativa europea (approvata a larga maggioranza, anche tra gli S&D, ma con il voto contrario della delegazione Pd in Parlamento europeo).
La direttiva non modifica l’impianto del regolamento Dublino, introduce il ricorso a procedure accelerate di frontiera per la verifica del diritto di asilo a chi proviene dai “paesi sicuri” (elenco EU integrato con quelli nazionali) e riduce quindi garanzie e tutele nella verifica delle condizioni soggettive anche per i minori. Oltre a questo, consente di creare campi di trattenimento ai confini e anche in paesi extra Ue, con termini temporali di permanenza più lunghi, e auspica l’incremento dei rimpatri (volontari e involontari) finora rivelatisi di difficile attuazione. Il nuovo Patto non amplia le vie legali di accesso nè dà vita a corridoi umanitari europei o a effettivi standard di accoglienza e integrazione. Vengono previste, come si è molto enfatizzato, “forme obbligatorie di solidarietà“ tra stati membri, ma con la possibilità di scelta, affidata a ciascuno stato, tra quote di migranti da accettare o, in alternativa, somme da erogare al paese con più arrivi o prestazione di assistenza di vario tipo (legale o tecnica).
Tutto fa supporre che i governi nazionali preferiranno queste ultime misure.
Solo in caso di flussi di arrivo straordinari, il Consiglio EU può far scattare la clausola che prevede l’obbligo pro quota di accoglienza, ma con un limite massimo intorno ai 30mila.
In realtà, si rendono più cogenti e complessi gli obblighi per i paesi di primo arrivo e si riduce la mobilità secondaria, rendendo effettivo il diritto del paese di secondo ingresso (come oggi fa la Germania, proprio in forza del nuovo regolamento) a rispedire al paese di primo arrivo i migranti.
Si determina così, in realtà, un doppio risultato negativo: il peggioramento della vita e della sicurezza dei percorsi dei migranti e l’appesantimento e ampliamento di adempimenti, procedure e organizzazione soprattutto per i Paesi di primo arrivo e, quindi, in particolare per l’Italia.
Aggiungo che i sistemi nazionali di applicazione del diritto di asilo e del Regolamento EU dovranno essere monitorati in ciascuno stato membro da una Autorità indipendente che deve verificare che in ogni procedura siano rispettati i diritti umani fondamentali di migranti e richiedenti asilo. L’Italia ha nominato per questa funzione il Garante per la protezione dei dati personali, che ha una mission e delle competenze assolutamente diverse da quelle richieste e non è attualmente attrezzato per svolgere questo nuovo compito. Non è un caso che abbiano protestato le principali associazioni e reti che si occupano di migranti.
Se la prima risposta a un Patto che il Governo italiano ha fortemente voluto perché ispirato al “nuovo paradigma“ meloniano di “non far venire e far uscire” dall’Europa i migranti, è la quasi rottura politico/diplomatica con la Germania (e con l’amico Merz) che lo sta applicando alla lettera, per non parlare della sospensione di Schengen con la Spagna (per una immigrazione in Italia immaginaria), capiamo bene quanto populismo e contraddizioni abbiano alimentato la narrativa del nostro Governo sulla “svolta“ in Europa delle politiche migratorie.
La verità è che non si intende comprendere la sfida contemporanea della mobilità umana che, come ha magistralmente scritto il prof. Stefano Allievi, è consustanziale alla natura, alla vocazione e alla storia dell’umanità e che va compresa, regolata e governata, ma come un fenomeno e un dinamismo strutturale ed evolutivo e non respinto come una patologia da rifiutare.

Silvia Costa

[26 agosto 2026]

Immagine di photoangel su Magnific

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