Il cliente perfetto ha molti contatti e nessuno con cui parlare. Resta connesso, compra, commenta, si indigna. Quando chiude un’applicazione ne apre un’altra, come chi cambia stanza in una casa senza uscite. Il capitalismo delle piattaforme trova nella solitudine una condizione favorevole: ogni vuoto diventa tempo disponibile, ogni insicurezza una domanda commerciale. Persino il bisogno di essere riconosciuti produce traffico. Ci siamo abituati a chiamare libertà questa disponibilità permanente, autonomia l’obbligo di cavarcela da soli. Poi ci stupiamo se, circondati da servizi personalizzati, ci sentiamo persone superflue.
Non occorre immaginare una regia segreta. Basta osservare come interessi diversi possano alimentarsi a vicenda. Le piattaforme guadagnano trattenendo l’attenzione; la politica del risentimento conquista consenso indicando un colpevole. La frustrazione diventa così una materia prima contesa, redditizia per entrambi. Spiegare il disagio richiederebbe di discutere salari, casa, servizi, distribuzione della ricchezza, scomparsa dei luoghi collettivi. Indicare uno straniero richiede pochi secondi. Il tempo perfetto per un video. Chi si sente abbandonato riceve finalmente una spiegazione e una compagnia: altri abbandonati, riuniti contro qualcuno.
Qui il paradosso si compie. L’immigrato viene cercato come lavoratore a basso costo e respinto come vicino di casa. Serve quando raccoglie, pulisce, consegna, assiste; diventa di troppo quando domanda un salario dignitoso, un alloggio, un futuro. La sua debolezza contrattuale è conveniente, la sua presenza politicamente spendibile. Gli si attribuiscono le conseguenze di un sistema nel quale occupa spesso il gradino più esposto. Il consumatore pretende prezzi bassi, il lavoratore teme la concorrenza: talvolta sono la stessa persona, accompagnata a prendersela con chi ha ancora meno potere di lei. Il conflitto scende di piano. In alto possono continuare a lavorare tranquilli.
È un’altra forma dell’abbandono della realtà. Il corpo che lavora scompare dietro la figura che spaventa. Dell’uomo che porta la cena conosciamo il tragitto sul telefono, quasi nulla della vita. Eppure è quella vita materiale a tenere insieme una parte della nostra comodità. Intanto, alla povertà delle relazioni si offre una compensazione identitaria: una patria abitata soprattutto da nemici da espellere. Ci si riconosce attraverso ciò che si detesta. È un’appartenenza che dispensa dall’incontro, dalla responsabilità e perfino dalla conoscenza reciproca. Una comunità nella quale basta odiare insieme per non accorgersi di essere soli.
Una politica capace di interrompere questo circuito deve tornare a organizzare interessi comuni e presenze reali: lavoro tutelato, servizi accessibili, luoghi dove incontrarsi e contare qualcosa. Deve rendere visibile ciò che lega persone spinte a combattersi. Finché la solitudine resta intatta, ogni nemico sarà sostituibile. E chi vende la gabbia potrà continuare a indicarci chi lasciare fuori.
Stefano Salsi
[11 settembre 2026]




