“Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi”.
Queste parole scritte da papa Leone XIV al numero 109 della sua enciclica “Magnifica humanitas” mi hanno fatto riflettere su quello che è la politica oggi.
Rallentare. Un verbo che ha poco a che fare con la nostra vita e viene, al più, considerato una scocciatura, magari quando lo leggiamo in prossimità di un limite di velocità stradale. Eppure rallentare è un’azione fondamentale per non perdere di vista il senso delle cosa che facciamo. Anche papa Francesco nella “Laudato si’”, ci ricordava come viviamo in un’epoca segnata dalla rapidación – neologismo spagnolo tradotto con “rapidizzazione” per indicare “un’accelerazione esponenziale” – una dinamica che spinge tutto e tutti a correre.
Lo scrivo da una città come Milano dove la rapidità sembra quasi un obbligo, anche quando si cammina, anzi, quasi si corre per strada. Già, ma correre verso cosa? Il rischio è che il mito del progresso e della velocità ci faccia dimenticare i limiti, non solo fisici ma anche etici. E che, nella corsa, si perda il senso delle cose che facciamo.
E’ un rischio anche per la politica, che modella i suoi interventi sulla rapidaciòn da social network e dimentica per strada il senso che dovrebbe stare alla base della sua azione, che si limita, ormai, alla ricerca del consenso immediato e non certo del convincimento riguardo la traiettoria e l’orizzonte verso cui andare.
Correre, accelerare, significa spesso perdere di vista anche gli spazi nelle nostre città. Non c’è più spazio per fermarsi e per stare con gli altri. I luoghi sono tutti funzionali alla velocità e alla necessità di non perdere tempo, nell’illusione che la velocità ci permetta di non pensare e di concentrarci solo sulle cose da fare.
Rallentare, scrive papa Leone, è un’azione che permette di proteggere gli spazi che con la velocità diventano anonimi e vuoti, perché nessuno ha tempo di fermarsi e incontrare gli altri.
Le comunità, anche quelle politiche, hanno bisogno di spazi e tempo per promuovere la partecipazione e per formulare, assieme, le domande giuste, interrogarsi su quello che ci sta accadendo e sul perché siamo attraversati da rabbia e rancore, che ci isolano e ci rendono ostili gli uni agli altri. La velocità ci impedisce spesso di riconoscere il volto dell’altro, davanti al quale, come sosteneva Levinas, crolla la pretesa di gestire il mondo basandosi solo sull’interesse personale e nasce una relazione che è piena di responsabilità etica per gli altri.
Che cos’è questo se non “politica”, intesa anche come protezione di spazi in cui le persone possono riconoscersi, interrogarsi (senza paura di essere giudicate) e partecipare. Tutto questo richiede tempo.
Rallentare diventa, allora, una sorta di programma “politico”, come ci ricordavano anche i padri gesuiti di Milano presentando, lo scorso autunno, il festival che hanno voluto intitolare proprio così: rallentare.
Non abbiamo più tempo per fare nulla e il problema è, anzitutto, culturale. E’ il modo, si legge sul sito del festival www.rallentare.it, “in cui siamo indotti a pensare e vivere il tempo. Il problema non è che le tecnologie ci fanno andare più veloci, ma che ci sentiamo obbligati a usarle sempre al massimo. Viviamo sotto la pressione continua di “non perdere tempo”, e così facendo rischiamo di perdere il senso delle cose”.
Fabio Pizzul
[24 giugno 2026]




