Nei giorni scorsi Ezio Mauro su Repubblica ha proposto alcune riflessioni sul rischio che l’attivismo “pacifista” di Giuseppe Conte possa scardinare alcuni dei fondamentali della politica estera e della democrazia italiana, dal radicamento occidentale alla difesa dell’autodeterminazione dei popoli, fino persino alla primazia del metodo democratico sull’autocrazia. Un’analisi puntuale, che ha suscitato diverse reazioni, anche sulle chat di Comunità Democratica.
Provo a raccontarle.
Secondo alcuni commenti, Ezio Mauro coglie bene (e finalmente) un punto che nel centro sinistra si fatica ad esplicitare: il non risolto problema del taglio del cordone ombelicale culturale con la Russia da parte della cosiddetta “ditta” degli ex comunisti. È su questo che ha fatto leva l’operazione 5 Stelle: il patto 5 Stelle-pezzi di PD della vecchia ditta ha questa base che converge anche su un altro punto: la non piena e definitiva assunzione dei principi della cultura liberal-democratica. I 5 Stelle sono un esempio di non democraticità interna con riferimenti a Rousseau che è il padre della “democrazia totalitaria“. I comunisti non hanno mai praticato la democrazia all’interno del loro partito. Dopo la svolta del PDS parecchi vecchi comunisti sono passati direttamente alla Lega o a Berlusconi (mica tutti sono andati in Rifondazione). Il pensiero va qui a una tipologia psicologica di elettore o militante che ha bisogno di forti sicurezze (cfr. Calvi – Vannucci…- “L’elettore sconosciuto”). I 5 Stelle sono il partito con il più basso tasso di scolarizzazione e la più alta indifferenza tra destra e sinistra (cfr. inchiesta di Pagnoncelli sul Corriere). Qualcuno sostiene che non si possa aprire questa riflessione in prossimità delle elezioni. Invece proprio quando il gioco si fa duro vengono fuori le piattaforme culturali più antiche (dunque retrive) dei diversi segmenti dell’elettorato e sono queste che orientano le opzioni di voto. Chi ha sostenuto questa posizione si è anche chiesto quanti dei cattolici democratici che si sono impegnati nel PD abbiano messo a fuoco questo tema come un nodo politico decisivo, estremamente sottovalutato in quell’avventato e illuministico esperimento in cui è consistita la costruzione del PD. E afferma che sarebbe ora di farlo.
I 5 stelle sono un’OPA, hanno sottolineato altri, non solo sul voto di scambio al sud e sull’elettorato qualunquista in generale, ma innanzitutto sul PD e, nel dettaglio, sulla tipologia psicologica “ho bisogno di figure e indicazioni forti, non importa se generiche e poco attuabili”.
I governi delle larghe maggioranze, continua il commento, hanno fatto il resto: il PD non governava da solo, ma risultava partito di governo. E meno male che c’era, chiosano altri, altrimenti chissà i danni che avrebbero combinato quelli di centrodestra da soli (incluso il terrificante accrocchio gialloverde).
Il punto è che soltanto uno sguardo che riesca ad inquadrare che il ponte tra Cinque Stelle e ditta ex PCI consiste in un’adesione non piena e profonda alla democrazia e nella vicinanza alla Russia, può gestire la costruzione del programma del campo largo.
E proprio per questo, si sostiene in chat, servirebbe una polarità più centrista visibile e organizzata, in accordo con l’attuale dirigenza PD, connettendo ma anche oltrepassando narcisi e galletti che attualmente popolano quest’area. In questi mesi ci attende un tempo di fortissime perturbazioni, dove queste piattaforme culturali profonde emergeranno con grande forza e produrranno massicci e repentini spostamenti elettorali.
La conclusione è lapidaria: o si va al fondo di questi aspetti o si consegna il Paese sicuramente alla destra in un quadro internazionale che non dà l’idea di garantire alternanze democratiche fra un quinquennio.
Un altro commento ha sottolineato come stia emergendo, in questo confronto verso le primarie del campo largo, il problema strutturale del centro sinistra: Conte e i cinque stelle sono legati all’ asse Putin-Trump. Il partito ha un’impostazione anti UE da sempre. Sono andati a governare col PD solo perché scavalcati da Salvini nell’estate 2019. La loro cultura è anarcoide, non riformista. Questo il motivo per cui l’alleanza sarà difficile da mettere in atto, perché le contraddizioni stanno emergendo.
A questa considerazione si aggiunge una riflessione di natura tecnico-elettorale: dati alla mano, appare improbabile che una delle coalizioni raggiunga il 42%, quindi avremo, in ipotesi, un parlamento eletto col sistema proporzionale, il quale esalta l’aspetto identitario dei partiti. Ciò anche spiegherebbe tattiche politiche di posizionamento netto e non dialogante.
Se così fosse, conclude il commento, per il Pd sarebbe opportuno un ripensamento verso posizioni meno duttili e collaborative. Questo significa cominciare a parlare chiaro su Europa, politica estera, etc.etc.
A chi dice che questo atteggiamento renderebbe più problematico un accordo nel campo largo, chi commenta replica dicendo che, secondo i dati dei sondaggi, senza lo scatto del premio di maggioranza, finirebbero comunque per vincere i partiti che dovranno poi trovare accordi in parlamento, e non le coalizioni.
In questo bollente mese di agosto il dibattito rimane aperto. Bisogna capire se c’è qualcuno che vuole condurlo davvero fino alla fine o se il generico appello all’unità del campo largo finirà per stendere un tappeto che nasconde non solo polvere, ma macigni che, prima o poi, renderanno complicato il cammino. A meno che l’idea non sia: “cominciamo a vincere, poi le cose si
sistemeranno”. L’impressione è che in queste operazioni sia più cinicamente abile il centrodestra.
Fabio Pizzul
[12 agosto 2026]




