Ruini e il “ruinismo”: l’invarianza cattolica quale principio giuridico e regola sociale

Abstract: ferme ed ancora non spente le luci delle partecipazioni di cordoglio e di ricordo della grandezza e centralità della figura del card. Ruini, recentemente scomparso, non si possono, d’altro canto, obliterare le ombre del ruolo svolto dal “ruinismo” nella politica e nella produzione giuridica, che seppe conformare, come in parte lo fa ancora, il pensiero di una parte dei cattolici in politica. In sostanza, un atteggiamento della chiesa preconciliare, dogmatico ed identitario, che trova ancora oggi consensi nei frattali di politiche securitarie e populiste. Spetta, dunque, al cattolicesimo democratico interpretare i segni del concilio Vaticano II ed attuarli in politiche di carità e salvaguardia della vita sociale.

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La scomparsa del card. Ruini, avvenuta lo scorso 16 giugno 2026, non può lasciare indifferenti gli ambienti del cattolicesimo democratico di fronte ai lasciti giuridici e prima ancora sociali di quell’interpretazione del principio di laicità, quale traduzione in leggi e portati giurisprudenziali tendenti a trasformarsi in regole di comportamenti della società italiana, peraltro, ancora permanenti, specie negli ambienti del conservatorismo cattolico, ivi inclusa la sponda politica della cultura e dell’ideologia dei partiti di destra, più a loro agio su dette posizioni.

La premessa del cosiddetto “ruinismo” nasce dall’elaborazione del principio, come definito da Alessandro Ferrari (ne “La libertà religiosa in Italia”, 2025), di “invarianza cattolica” in una società secolarizzata, in continuo mutamento e sempre più distante dalla religione. I principi del cattolicesimo, come interpretati dalla gerarchia ecclesiastica, costituisco il limite invalicabile per il legislatore e il giudice nel riconoscimento delle libertà e dei diritti fondamentali.

In pratica, appare il “ruinismo” quale sorta di riedizione del pensiero cattolico dei “papi Pii” (in riferimento ai pontificati da Pio IX a Pio XII) di metà del secolo XIX fino a metà del secolo XX, laddove la Chiesa romana è il bastione eretto contro i pericoli della modernità: all’epoca, in avversione allo scientismo ed al positivismo razionalista, ora, nel fluire di questo cambiamento d’epoca, quale argine contro l’indifferenza religiosa ed il relativismo dei valori, mediante un’ortoprassi del pensiero cattolico (in specie della CEI, presieduta per anni dallo stesso card. Ruini e sulla stessa linea in seguito dal card. Bagnasco) fortemente identitaria ed interventista nella legislazione e nel dibattito pubblico.

Costituirono (costituiscono ancora?) la malta di questi ammodernati bastioni i cosiddetti “valori non negoziabili”, una sorta di non possumus della dirigenza ecclesiastica e dei collaterali esponenti politici, particolarmente incentrati su tre specifiche questioni, ossia, a) la tutela della vita ad ogni costo, b) la tutela della famiglia naturale, c) la tutela dell’educazione dei genitori.

La lettura delle dinamiche giuridiche e sociali degli anni ‘10 di questo secolo rende palese lo spartiacque morale tra il consentito ed il vietato al legislatore ed al giudice. Ricordiamo, al riguardo, sub a) il caso Englaro, con la ferma condanna dell’eutanasia ed il correlato caso Welby, con la negazione dei funerali religiosi, oltre alla campagna referendaria contro la legge sulla procreazione medicalmente assistita; sub b) il contrasto al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali (vedi la sorte segnata dei DICO del governo Prodi nel 2007), nonché la negazione sui piani morale e sociale della legittimità delle famiglie di fatto, allargate, oltre che arcobaleno; ed, infine, sub c) l’importanza della tutela dell’educazione ai giusti e radicati valori cattolici della nazione, visti quale unica pedagogia, come nel caso dell’affissione del crocifisso nelle scuole, laddove dinanzi a varie sedi giudiziarie (Tribunale di L’Aquila, Consiglio di Stato e CEDU), la rimozione del simbolo venne contrastata vittoriosamente dal Governo, deducendosi il crocefisso quale elemento che rappresenta “i sentimenti popolari e la tradizione cristiana del paese e, che sono al cuore dell’identità nazionale”.

Un’intransigenza avallata, d’altronde, dai coevi pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il quale pervenne a definire che i tre valori “sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni tutta l’umanità”.

Possiamo chiederci cosa rimane oggi nel dibattito politico di questo pensiero. Sicuramente resiste la tentazione del ritorno al guscio del proprio supposto stato di innocenza, la postura dogmatica dell’utopia, tradotta giuridicamente e politicamente nella produzione legislativa concernenti gli attuali temi della difesa dell’italianità e della sua cultura cristiana (leggasi, contrasto all’immigrazione e politiche di ordine pubblico), genetica di filiazioni partitiche catto-conservatrici, disposta a negoziare (qui il termine appare opportuno) la cattolicità di una Chiesa funzionale al ruolo di instrumentum regni.

Dato il contesto, allora, quale spazio appare, dirimpetto concepibile per i cattolici democratici? La discontinuità del pontificato di papa Francesco non va dispersa e per essa l’universalità della chiesa, non più romana (così nella formula liturgica del Credo); un viatico per attuare, ad esempio, nell’ambito della sicurezza sociale, politiche di accoglienza e di integrazione degli emigrati (“a chiunque avete dato da bere”), la separazione nell’agone politico tra potere temporale e spirituale, alieno a forme di influenza reciproca (“Date a Cesare”), la famiglia non come bandiera da issare, ma come realtà sociale che lo Stato ha il compito di sostenere ed aiutare concretamente (“Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?”).

In altri termini, una logica politica che, da un lato, esca dal clericalismo preconciliare, dove il magistero della Chiesa, sotto le parvenze di una sana laicità, detta l’agenda ai fedeli, nel campo lato che più ci interessa, della legislazione parlamentare e della giurisprudenza, e, dall’altro, realizzi una laicità sana, figlia del concilio, nella quale il politico cristiano si nutre della Parola e la vive nel discernimento quotidiano, congiungendo, così, le singole e frammentate esperienze di vita con l’Esperienza del divino nella realtà concreta di tutti i giorni, nell’azione che si incarna nella legge, nel diritto, nel servizio delle istituzioni, nella pratica della giustizia.

Fabrizio Urbani Neri

[21 giugno 2026]

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