La dinamica di Weimar. Una lezione sulle elezioni

Abstract: collegi piccoli uninominali, preferenze realmente conoscibili dagli elettori, più chances di vittoria ai partiti moderati possono garantire governabilità e recupero del consenso degli elettori. Manca, tuttavia, la volontà politica di una riforma elettorale strutturale. Il rischio che si ripeta la dinamica di Weimar – il blocco di due coalizioni polarizzate, con peso elettorale pari, che genera un partito antisistema – non può essere escluso. Un contributo alla riflessione nel bel mezzo di una discussione parlamentare che ha visto affossare le preferenze che, peraltro, nell’emendamento della maggioranza bocciato per un voto erano poco più che simboliche.

Mentre la discussione sulla nuova legge elettorale cerca uno sblocco alla stasi, appare possibile concedere all’utopia lo spazio adeguato a ipotizzare una riforma elettorale strutturale.

D’altro canto, il mainstream ha deciso che la centralità alla questione elettorale va data al tema del voto di preferenza, distinto a volte nelle sottocategorie dialettiche del voto a distanza, del doppio voto di genere, o dei capilista bloccati, visti quale panacea di tutti i mali della rappresentanza, in primis l’astensione dilagante, colorando, tuttavia, di astrattezza il vuoto concreto, lasciato da una politica che, in realtà, prende tempo per meditare la “migliore legge elettorale”, da intendersi ovviamente quella maggiormente foriera di tornaconto al proprio interesse partitico.

Se, quindi, le preferenze sembrano costituire di per sè una falsa pista, su cui andare a cercare la soluzione del problema eletti/elettori, la rappresentazione di questa illusione va, peraltro, data.

Innanzitutto, – primo abbaglio – si celebra la libertà di scelta del candidato come felice legame con il territorio, e gìà qui si può cogliere l’inganno della memoria del pesce rosso. Le preferenze sicuramente rafforzano il contatto con l’elettorato locale, ma si dimentica che uno, se non il principale, dei motivi che portarono all’abolizione di questo sistema col referendum del 1991 sta nel fatto che, all’epoca della vigenza, la larga partecipazione alle urne si accompagnava, specie nei piccoli centri, all’ordine delle mafie di votare per il candidato più vicino, se non embedded, agli interessi dei potentati locali; e là dove, nel resto del Paese, non faceva effetto la minaccia, prevaleva il voto di scambio. Si dirà che il problema interesserebbe poche circoscrizioni, specie al sud, ma, invero, riguarda tutti i contesti socio-economici più fragili attualmente non perimetrabili alle sole regioni meridionali.

In secondo luogo, non si coglie che l’indifferenza al voto è il sintomo di una classe politica scoraggiante ed autoreferenziale: fino a che le segreterie nazionali dei partiti non si porranno il problema di chi viene messo in lista, cioè fino a che non opteranno per la lealtà, di persone di spessore morale e culturalmente preparate, in luogo della mera fedeltà, ovvero di chi offre cieca obbedienza non potendo dare altro, i seggi potranno continuare a vestire il ruolo di cactus nel deserto della democrazia.

In terzo luogo, la somma dei due fenomeni indicati in aggiunta al terzo, il proporzionale con premio di maggioranza, potrebbe condurre il sistema ad una pericolosa entropia, come accadde ai tempi della Repubblica di Weimar. Se, infatti, con lo Stabilicum nessuna delle liste ottenesse la soglia minima per ricevere il premio, si avrebbe una composizione del parlamento votata in sostanza col metodo proporzionale puro, per di più con due fronti contrapposti di alleanze dello stesso peso percentuale, polarizzate e, quindi, non dialoganti.

La dinamica di Weimar prevede che, in casi come questi, dove i partiti di sistema sono al contempo divisi all’interno della lista ed incapaci all’esterno di coalizzarsi per formare il governo, il contesto che si viene a creare genera per implosione il partito antisistema, in quanto tale di natura antidemocratica, che scavalca la stasi politica, presentandosi ai cittadini come forza compatta ed omogenea in grado di garantire la governabilità.

Che il dibattito sulla legge elettorale si stia avvitando su dinamiche non dissimili da quelle di Weimar non è un elemento da sottovalutare. È un problema europeo: la stessa Germania, in seria difficoltà le Grandi Coalizioni, sta vivendo di nuovo l’ascesa di un partito antisistema, quale è AfD, il Regno Unito e la Francia, in maniera non dissimile, sono alle prese con destre identitarie e nazionaliste, contrarie all’Unione europea, persino filorusse in alcuni casi, come pure appare presentarsi in Italia l’emergente Fronte Nazionale.

Si propone, allora, quale via d’uscita un sistema di collegi piccoli uninominali, il quale, da un lato, consente la migliore conoscenza di un candidato da parte degli elettori, dall’altro, impedisce la vittoria di forze estreme minoritarie, infine, assicura un parlamento espressivo di governabilità.

Questo metodo, inoltre, favorisce un sistema politico con due partiti/coalizioni principali con all’interno un partito di centro moderato di media importanza, arginando, così, sul nascere le scheggie antisistema.

In particolare, si ritiene più duttile alle varie esigenze un sistema maggioritario corretto (come, all’incirca fu l’esperienza del Mattarellum), con ricorso al ballottaggio, se il candidato più votato non raggiungesse la maggioranza assoluta al primo turno.

Tale sistema elimina il dubbio che la preferenza espressa all’interno di un collegio vasto impedisca la conoscenza del candidato da parte dell’elettore; espone il candidato a maggiore visibilità in zone ad alto tasso di criminalità o di corruzione, agevolando il controllo democratico e di legalità della candidatura; favorisce l’ascesa di forze politiche moderate nei collegi contendibili nei ballottaggi (cioè nella maggiore parte dei casi), limitando l’attribuzione di seggi alle ali estreme e creando, in tal modo, un circolo virtuoso, tale da disattivare la sopra menzionata dinamica di Weimar mediante un movimento opposto di recupero della credibilità del sistema rappresentativo.

Dunque, collegi piccoli uninominali, preferenze realmente conoscibili dagli elettori, più chances di vittoria ai partiti moderati possono stare insieme. Manca, tuttavia, la volontà politica, perché è più facile il piccolo cabotaggio che il mare aperto, più facile lo slogan del ragionamento, ma il rischio di finire contro le rocce pare non spaventare l’opportunismo dell’astuzia a corto raggio del legislatore di questi tempi.

Fabrizio Urbani Neri

[15 luglio 2026]

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