Il centrosinistra italiano sta dedicando una quantità sorprendente di energie alla scelta di chi dovrà guidare una macchina della quale non si conoscono né il motore né la destinazione. Schlein, Conte, primarie, federatore, candidato terzo, candidato simbolico. Prima o poi qualcuno proporrà il sorteggio, che almeno avrebbe il pregio della rapidità. Il problema è che agli italiani interessa relativamente chi tenga il volante. Vorrebbero sapere dove stiamo andando. La politica continua invece a comportarsi come una famiglia che, dovendo partire per le vacanze, trascorre tre mesi a litigare su chi guiderà senza aver deciso se andare al mare, in montagna o restare a casa. Con una differenza: la famiglia, prima o poi, parte.
Si dice allora: serve un programma. Vero. Ma perfino questa parola rischia di essere insufficiente. Un programma serve per governare, non necessariamente per convincere qualcuno a seguirti. Le aliquote, le detrazioni, gli investimenti nella scuola, la sanità, le politiche industriali sono indispensabili. Ma prima viene una cosa più difficile: spiegare quale Paese si vuole costruire. La politica, quando funziona, prende il presente e gli aggiunge un futuro plausibile. Non un’utopia nella quale tutti sono inclusi, gli ospedali funzionano, gli stipendi crescono, regna la pace e possibilmente si trova anche parcheggio. Un sogno plausibile è molto più serio: abbastanza ambizioso da suscitare desiderio, abbastanza concreto da non suscitare ilarità.
Qual è dunque l’Italia che il centrosinistra propone per il 2035? Un Paese nel quale un trentenne possa avere un figlio senza consultare prima il commercialista? Che consideri la sicurezza un diritto dei deboli e non uno slogan dei forti? Che governi l’immigrazione chiedendo lavoro, lingua, integrazione e rispetto delle regole? Che investa ossessivamente nella scuola perché, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il vero petrolio è quello contenuto fra le orecchie? Che riduca le diseguaglianze senza trasformare il successo in una colpa? Che renda conveniente produrre, assumere, innovare e pagare le tasse? Non lo sappiamo. Sappiamo però che si discute delle primarie.
È una curiosa inversione delle priorità: prima scegliamo il conducente, poi compriamo l’automobile, infine decideremo dove andare. La destra possiede almeno un vantaggio: racconta una storia comprensibile. Identità, confini, ordine, interesse nazionale, famiglia, meno Stato quando tassa e più Stato quando protegge. Si può considerarla contraddittoria, regressiva o sbagliata. Ma esiste. Ha dei sostantivi. Dall’altra parte troppo spesso ci sono aggettivi: inclusivo, sostenibile, progressista, solidale, democratico, europeo. Tutte parole rispettabili. Ma gli aggettivi senza sostantivi assomigliano alle decorazioni natalizie quando manca l’albero.
Milioni di italiani non devono innamorarsi di Schlein o di Conte. Molti non votano più e certamente non trascorrono le serate domandandosi chi vincerà le primarie. Hanno bisogno di intravedere una ragione per credere che fra dieci anni questo Paese possa essere migliore di oggi e che la politica abbia ancora qualche relazione concreta con quel miglioramento. Le elezioni non si vincono sommando sigle e neppure sommando risentimenti contro chi governa. Si vincono quando abbastanza persone pensano che dall’altra parte esista qualcosa che ancora non c’è e che valga la pena costruire. La leadership viene dopo. Il programma viene subito dopo. Prima viene il futuro. Da mesi discutiamo su chi debba mettersi al volante. Sarebbe il caso che qualcuno aprisse finalmente il cofano. Perché il problema non è ancora trovare il pilota. È accendere il motore.
Stefano Salsi
[1 settembre 2026]




